Ceramics of the Phoenician-Punic world: collected essays - pagina 2

Article Index
Ceramics of the Phoenician-Punic world: collected essays
pagina 2
pagina 3
pagina 4
All Pages




Francisco Jesús Núñez Calvo (Consejo Superior de Investigaciones Científicas. Istituto de Estudios Islámicos y del Oriente Próximo. Zaragoza) firma il contributo ‘Tyre-Al Bass. Potters and Cemeteries’ (pagg.277-296 compresa la bibliografia).
L’Autore precisa che ‘This paper has a rather empiric approach to a particular case, with no intention on our part to develop interpretations of a social or religious nature that could be applied generally to other Phoenician contexts’, ed inoltre, ‘It is also clear, however, that the only way to fully understand the character and meaning of these ceramic remains is to place them in their religious and social context’; procede, così, all’analisi dei dati materiali dalla necropoli di Al-Bass, ‘The cemetery of the city of Tyre in Phoenician times’.
Il primo aspetto che l’Autore nota è il carattere omogeneo delle sepolture (collocabili tra fine X sec. e metà VI a.C.), sebbene, espressione degli sviluppi del repertorio ceramico di Tiro (Al-Bass Periods 2-5): fosse scavate direttamente nella sabbia, il cui corredo era costituito da una o due urne ‘with other funerary gift’, una stele con iscrizione, e probabilmente pali di legno come elementi di delimitazione dello spazio. L’analisi antropologica ha mostrato che i resti umani appartenevano ad adulti e pre-adulti di entrambi i sessi; in una delle due urne erano deposti, di solito, i resti ossei carbonizzati del defunto, spesso accompagnati da uno scarabeo, mentre nell’altra era deposta terra grigiastra mista a resti ossei, a frammenti di ceramica combusta, vasi miniaturistici, nonché ‘jewellery, amulets, buttons or clay heart-shaped tabs’; come afferenti al rituale vengono segnalati anche resti faunistici ed ittici, botanici (nòccioli di olive) deposti all’interno delle urne, nonchè resti combusti di essenze arboree aromatiche provenienti dall’ambito della fossa.
L’Autore passa ad esaminare il repertorio ceramico (pagg.280-284) della necropoli, che egli divide in tre gruppi principali:

  • big containers (usati come urne: amphoroid craters, decorated storage jars, common storage jars, cooking pots, cauldron-like jars)
  • jugs (che l’Autore suddivide in due gruppi principali: pitchers, dippers, and surely spouted jugs per versare vino; neck-ridge jugs, di solito, considerati contenitori di oli profumati ed unguenti per analogia morfologica con le lekythoi egee)
  • open forms (anche queste riunite in due gruppi principali: flat or emispherical cups; certain types of bowls or carinated plates)

fino ad individuare un ‘funerary ceramic standard set’ (Fig.5, pag.284), in parte, utilizzato nell’ambito del rituale e, poi, bruciato sulla pira, per poi essere deposto, frammentato, in una delle due urne.calvo_standard_setL’Autore, inoltre, precisa che nell’ambito del primo gruppo, quello dei grossi contenitori usati come urne, si annoverano importazioni di origine cipriota; mentre, la maggior parte dei prodotti importati dall’area egea si colloca nell’ambito delle forme aperte del terzo gruppo; comunque i prodotti importati non superano il 5.5% (nella necropoli) e il 2% (nell’insediamento) sul totale dei reperti ceramici.
Dopo un cenno agli aspetti tecnici (composizione delle paste ceramiche, ‘rough matrix’ ed una ‘finer matrix’; standardizzazione, in termini tecnici, morfologici e decorativi, delle forme ceramiche e dei tipi; cottura a basse temperature e conseguente deterioramento, sia degli impasti che delle decorazioni, dei prodotti ceramici per lungo tempo sepolti), segue il paragrafo ‘Sources of Supply’.
Qui l’Autore analizza gli stretti rapporti tra aspetti qualitativi della produzione locale (craters, cooking pots, plates caratterizzati da una fattura ed una decorazione, talvolta, mediocri) e funzione del vaso o meglio ‘defunzionalizzazione’ e conseguente ‘rifunzionalizzazione’ di alcune forme destinate specificamente a soddisfare l’uso funerario (espressione di una offerta del mercato ad una specifica domanda), è il caso di piatti (e non si tratta di un riuso!) morfologicamente imperfetti e, pertanto, staticamente inutilizzabili, che assumono una nuova funzione diventando veri e propri coperchi di urne (aspetto che viene letto anche come necessità di soddisfare bisogni reciproci, del consumatore e del produttore, con la immissione di prodotti difettosi, ma a buon mercato!), utilizzati nell’ambito di un corredo standard che prevede, però, anche oggetti tecnicamente perfetti, ed affiancandosi, talvolta, anche ad innovativi prodotti delle officine locali, ad esempio, l’urna con base appuntita (Fig.7a), facilmente conficcabile nella sabbia (anche qui la lettura, proposta dall’Autore, può essere anche intesa in termini di innovazione finalizzata ad una ben precisa esigenza della domanda), ad imitazione di quei contenitori di derrate, nati con una ben precisa funzione e, solo dopo averla assolta, riutilizzati, con opportune modifiche, come urne.
Di alta qualità l’imported wares di Al-Bass, cipriota ed euboica, sebbene in percentuale ridotta: ‘the Cypriot products with evident connections to the Amathus area are the best represented’, si tratta di Bichrome and Black-on-Red wares, affiancate da una produzione meno raffinata, di imitazione, opera di fabbriche continentali: ‘vessels from likely continental centres that made wares à la Chypriote’ (prodotti economici, di imitazione, tesi a soddisfare una ben precisa domanda del mercato); poi, forme aperte di origine euboica (skyphoi e piatti), tra cui ‘Euboean PSC Productions’, nonché ‘late East Aegean forms’.
Infine, le conclusioni (Conclusions): ‘Given the limited number of clear second-hand items and the general lack of use wear, it seems that the citizens obtained their pots from two basic sources, local workshops and foreign markets’; l’Autore si interroga sulle problematiche poco note dell’organizzazione produttiva o delle specializzazioni dell’industria ceramica nella Tiro di epoca fenicia e nell’area levantina, comunque, ‘the presence of full-time potters should not be out of question’.
‘In the end, al-Bass reflects an urban society that generated a demand for specific ceramic products that was answered accordingly by workshops and commercial enterprises’.


Nel contributo scientifico ‘The Strait and Beyond: Local Communities in Phoenician Lixus (Larache, Morocco)’ (pagg.297-326), a firma di Carmen Aranegui (University of Valencia), Mireia López-Bertran (University of Valencia) e Jaime Vives-Ferrándiz (Museum of Prehistory, Valencia), gli Autori ci guidano con acume e rigore scientifico, e per gradi, partendo da specifici dati materiali riscontrati nell’insediamento di Lixus (citata dalle fonti antiche -tra cui, Plinio e Strabone- come una delle tre fondazioni fenicie in occidente insieme ad Utica e Gadir) e da certi aspetti della tecnologia ceramica, nell’analisi di alcuni concetti fondamentali della complessa problematica, oggi, più propriamente definita come ‘Phoenician commercial diaspora’ o ‘Phoenician trade diaspora’ e delle sue interazioni socio-economiche con le comunità locali (che producono effetti variabili in relazione ai diversi contesti) e che vengono lette dagli Autori, come espressione di un carattere trans-culturale o di fenomeni di ibridazione (aggiungeremmo, volentieri, di reciprocità) tra la cultura dei nuovi arrivati e quella delle comunità indigene, nell’ottica geografica del ‘revisionato’ concetto già espresso da Tarradel negli anni ‘60 di ‘Circle of the Strait’.
Nell’Introduction gli Autori confermano, in base ai ritrovamenti archeologici verificatisi negli ultimi anni, la presenza fenicia in Morocco, sia sul versante atlantico che su quello mediterraneo, con analogie a quanto accadeva sulle coste meridionali della Spagna, sottolineando anche la ormai matura consapevolezza che i Fenici, ivi arrivati, si imbatterono in comunità indigene locali della tarda età del bronzo che erano a loro volta già integrate in un ampio network di relazioni all’interno dello Stretto di Gibilterra.
Gli Autori passano, poi, ad esaminare il contesto specifico di ‘Lixus and the Phoenicians in the Far West’, in particolare, i livelli fondazionali, databili alla fine dell’VIII-inizi VII secolo a.C. (dopo una primissima fase priva di costruzioni permanenti, i cui layers, ricchi di materiali organici, sono stati intercettati su Choumis, e la cui datazione calibrata fornisce un orizzonte cronologico tra l’820 ed il 770 a.C., con la conseguenza che ‘this evidence refutes the idea that this area was subsidiary from the south of Spain in terms of chronology of the Phoenician arrival’). Il sito ubicato su un’altura (a circa 85 mt. sul livello del mare) dominava il grande estuario del Loukkos River, un ampio ecosistema lagunare con vie d’acqua navigabili ‘where indigenous groups settled, frequently on the low courses’. Le recenti indagini archeologiche condotte nell’antico insediamento hanno permesso di individuare due differenti aree: ‘there are houses on the southern and low slopes (Sondeo del Algarrobo), wich are quite well connected to the lagoon … there are complex storage rooms on the upper part of the hill (Cámaras Montalbán/Choumis) and, perhaps, an area of temples that is still poorly documented archaeologically’. Le case, costruite with local limestone, mudbricks and wood, avevano muri, conservati per circa un metro, di circa 50/60 cm. di spessore; si adattavano alle pendici terrazzate; ‘from what we know in the Algarrobo region’ le abitazioni erano composte da quattro stanze, di cui una destinata ad attività artigianali; nel caso di Lixus ‘a smelting bronze and copper furnace has been recorded, maybe to produce small cast objects’.
Sulla collina, invece, una costruzione (con muri di un metro di spessore), divisa in navate longitudinali, ‘storage rooms…or…religious constructions, following Ponsich’s proposal’.
Un cenno, poi, alle evidenze insediative lungo la costa settentrionale del Morocco, settore atlantico (Mogador, insediamento stagionale di naviganti, occupato intorno al VII sec. a.C., dove si sono recuperati: ‘Phoenician type amphorae and red slip wares’), ed alle scarse evidenze del settore mediterraneo.
Si addiviene, così, all’analisi della ceramica ‘The Pottery from the Initial Levels’, con relativa analisi tipologica, morfologica e tecnologica, e con particolare riferimento all’aspetto discriminante principale (le cui ‘implicazioni etniche’ sono state a lungo dibattute nella passata storia degli studi) della duplice tecnologia produttiva: hand-made pottery e wheel-made pottery con l’analisi delle percentuali da alcuni layers significativi.
Le tipologie della wheel-made pottery (red slip ware, plain ware, painted ware e grey ware, in percentuale decrescente) da Lixus trovano riscontro nei materiali del sud dell’Iberia, sebbene, non siano stati ancora oggetto di analisi archeometriche (così come tutti i materiali ceramici da Ceuta di VII sec. a.C. considerati produzioni dell’Andalusia orientale).
aranegui_lixus_rswRed slip ware is mainly represented by open forms such as plates and bowls’ (85%), in genere, di buona qualità, e sulla base della seriazione cronologica di Schubart per i piatti in red slip ware, gli strati più antichi di Lixus, nel contesto di Algarrobo, vengono datati intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., datazione confortata dal C14; le morfologie seguono senza considerevoli differenze quelle di analoghi prodotti orientali; si segnala una predominanza di ‘carinated bowls’, ad orlo verticale o incurvato verso l’esterno. Rare e molto frammentate alcune altre forme, prevalentemente brocche.
In plain ware, invece, i tipi 10.1.1.1 e 10.1.2.1 di amphora ware (con orlo a colletto); nonchè altre forme (comuni negli insediamenti arcaici del Mediterraneo occidentale, quali storage jars, jugs, plates, big deep bowls); interessante la comparsa di tripod-bowls in Lixus agli inizi del VII a.C., ma assenti nei livelli iniziali, così come painted ware e grey pottery.
Le tipologie della hand-made pottery, invece, contemplano in base al trattamento di superficie: coarse ware, burnished pottery, incised decorated pottery (cerámica esgrafiada).
La coarse ware comprende cooking pot types (‘piriform or globular bodies, S-shaped profiles and short slightly open rims, thickened on the outside’), con anse prensili o a sezione rotonda, ‘usually decorated with short, incised perpendicular decorations made with small sticks and impressed patterns made with the fingertip; always made before firing’, con confronti, in particolare, con un frammento decorato con incisioni verticali da Sidi Driss (costa est del Morocco).
La burnished pottery, ‘burnished or smoothed pottery’, con le seguenti forme: ‘bowls, open forms’ con carenatura nella zona centrale.
La ceramica à graffito (1-5%), di buona qualità, con forme aperte: ‘open carinated bowls’, ‘vessels with S-shaped profiles’ o anche ‘closed forms’, tutte caratterizzate da patterns decorativi geometrici incisi prima della cottura, con confronti sia col sud della Spagna che con con altri siti del Morocco.
Queste, in sintesi, le osservazioni degli Autori.
Ma il dato-cardine di questo studio è il ritrovamento di forme ibride (hybrid objects) che ‘do not fit perfectly well in these classifications because they embody technological and typological convergences’, ad esempio, ‘hand made open forms with red slip ware burnished surfaces’, cioè l’11% della ceramica fatta a mano, dal layer 3056 delle pendici meridionali, nonché da Cámaras Montalbán (‘one hand made bowl and one plate with burnished surfaces have red painted treatments’, … another hand made vessel… has red slip treatment’); si tratta di forme fenicie, ma realizzate a mano, e che, per di più, non risultano perfettamente identiche ai prototipi fenici lavorati al tornio (qualcosa di analogo si riscontra anche a Ceuta con riguardo alla ‘hand made pottery with reddish painted decoration’); la stessa evidenza, ma inversa, si è osservata, non solo in Lixus, quanto in molti contesti dell’Andalusia occidentale e del Portogallo nei layers di VIII secolo a.C., per certe forme di ceramica grigia, lavorata al tornio, che imitano forme tradizionali, indigene, di ceramica fatta a mano (‘bowls and plates’).
A questo punto gli Autori si interrogano sul significato della presenza coeva e contestuale, dagli strati più antichi di Lixus, di ceramica fatta a mano (tradizionalmente attribuita ad un sostrato indigeno; ma da alcuni studiosi anche agli stessi fenici!) e di quella lavorata al tornio (tradizione tecnologica innovativa introdotta dai fenici), e sull’attribuzione di ‘etichette etniche’ a questi fenomeni, dichiarando che ‘We prefer to move the discussion away from ethnicity, however, as the sole variable of the problem, to the social; or at least we prefer an approach, wich includes status and social hierarchy among others variables to assess ethnicity’, e senza perdere di vista le caratteristiche del particolare contesto dello Stretto, ‘the integrated area’, composto da una eterogeneità di culture e di persone, di particolarismi locali, sui quali la ‘trade diaspora’ esercita un’azione di stimolo socio-economico ampliandone gli orizzonti, superando così il concetto di colonizzazione tout court, non senza rapporti di reciprocità, di trasferimento di know-how (si pensi alla navigazione atlantica: ‘Hanno’s sailing ventures provide us with a good example of this cooperation when Carthaginians had to take Lixite guides and interpreters with them’).
Ed in questa nuova ottica, sinergica, di hybridization si intepreta quella hybrid pottery, prodotto di una convergenza tecnologica tra nuovi arrivati e comunità locali.
‘We thus consider as a starting point for further research, the plurality of the Phoenician culture, or rather different ways of being Phoenician, and the plurality of indigenous people’.




JIIA Information'Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology'. ISSN 1824-1670. Copyright © 2003-2019.
Books reviewed in this website are copyrighted to their respectives authors and publishers. All images are copyrighted to their respective owners.
Contact Information +39 (0) 81 8278203
Skype name: dascoli1957
antonella.dascoli@gmail.com
antonella.dascoli@registerpec.it

JIIA.it
JIIA Eprints Repository
Location Via G.Leopardi n.56
80044 Ottaviano (NA)
Italy
Scientific Committee MD: Antonella D'Ascoli
D. Corlàita Scagliarini
A. Coralini
S. Santoro Bianchi
S. Menchelli
M. Pasquinucci
G. Murialdo
D. Malfitana
U. Tecchiati
M. Oddone
G.T. Bagni