Ceramics of the Phoenician-Punic world: collected essays

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Book review
Title: Ceramics of the Phoenician-Punic world: collected essays
Editors: Edited by Claudia Sagona
Publisher: Peeters Publishers (Leuven – Paris – Walpole, MA.) 2011
Reviewed by Antonella D'Ascoli in December 2011
Il volume ‘Ceramics of the Phoenician-Punic world: collected essays’, è parte della collana ‘Ancient Near Eastern Studies’ (Supplement 36), pubblicato (stampato in Belgio) dalla prestigiosa casa editrice Peeters, editor Claudia Sagona dell’University of Melbourne.
Il volume è frutto del Convegno ‘Ceramics of the Phoenician-Punic world’, celebrato a Malta (8 -13 January 2007) sotto gli auspici delle Università di Melbourne e di Malta e delle Istituzioni maltesi preposte alla conservazione del patrimonio culturale dell’isola (Superintendence of Cultural Heritage, Heritage Malta, National Museum of Archaeology at Heritage Malta).
Il volume si apre con i ringraziamenti di Claudia Sagona (Acknowledgments) rivolti sia alle istituzioni che ai singoli studiosi per il contributo scientifico da essi dato alla conferenza e per le numerose intuizioni profferte da ciascuno nel proprio ambito specialistico.
Un particolare ringraziamento, infine, è rivolto dalla studiosa ‘to the staff at Peeters for their continued support and expertise in the publication process of this volume’.
Sempre a firma di Claudia Sagona (The University of Melbourne 2010) è l’Introduction (pagg.1-5); qui, la studiosa, oltre a delineare in sintesi il contenuto dei reports, sottolinea come, già, durante il VI Congress of Phoenician Punic Studies di Lisbona (2005), sia emersa nell’ambito della comunità di pratica la necessità scientifica di ricomporre un quadro d’insieme degli studi sulla ceramica fenicio-punica spesso concentrati, isolatamente, su specifiche aree geografiche (This collection of essays grew out of a workshop devoted to the ceramics of the Phoenician-Punic Period spanning from the eastern homeland to the western colonies), di approcciare ad un’analisi di ‘comparative ceramics, wich often have distinct regional characteristics, but the clear stamp of Phoenician-Punic influence’, nonchè di analizzare l’influenza della produzione di ceramica indigena, locale, sugli sviluppi della ceramica fenicio-punica at the time of contact.
Inoltre, ‘This volume does not pretend to offer a comprehensive account of all regions infiltrated by the Phoenicians or their Punic descendants, but it does aim to bring together some key essays focused on pottery as one of their enduring cultural remains’. Infine, ‘By the very nature of Phoenician culture and the economic strategies that drove them to infiltrate and settle on distant shores, any study of their ceramic industry cannot stand in isolation’.


A firma di Andrew S. Jamieson (afferente al Centre of Classics and Archaeology, The University of Melbourne) è il consistente report (pagg.7-276) ‘The Iron Age pottery from Tell Beirut 1995 – BEY 032: Periods 1 and 2’, sintesi che contempla lo studio della ceramica recuperata dallo scavo di una piccola parte (BEY 032) dell’antico tell di Beirut (located at the western end of Rue Azmi Bey and formally known as BEY 019-LAY) e che va ad allinearsi ed integrarsi con altri reports and studies già editi anche da altri studiosi relativi allo scavo degli altri settori del tell. Lo scavo dell’area in questione (supervised by Mr. Olivier P.Nieuwenhuyse, under the direction of Prof. Hans Curvers, from the Institute of Pre- and Proto-History, of the University of Amsterdam, between 18 April and 6 May, 1995) è parte of the urban salvage excavation project in the Beirut Central District (BCD), autorizzato dal Directorate General of Antiquities in Lebanon e sponsorizzato da Solidere (the Libanese company responsible for the redevelopment of Beirut).
Lo scavo BEY 032 ha evidenziato una sequenza stratigrafica 1-8 (eight stratigraphic periodsranging in date from the first millennium BC through the Hellenistic, Roman, Byzantine, Islamic and Ottoman periods), sebbene disturbata da layers moderni, di cui l’Autore esamina i Periodi 1 e 2.
Il Period 1, composto da tre strata (1,2,3) ed allineato alle coeve sequenze di Sarepta (Strata E and D), Tyre (Strata XIII-VIII), Al Mina (Phases 8-5) ecc., cronologicamente riferibile ad Iron Age II period (in termini di cronologia assoluta 1000-800 a.C.), è caratterizzato da abbondanti quantità di ‘grit-tempered, wheel-made, buff-brown or orange-pink coloured, Common Ware jars with convex basis, rounded shoulders and short necks with collared rims’, da significativi esempi di ‘decorated Cypriot Wares’ (White Slip Ware, Mono-Chrome, Bi-Chrome, Black on Red, and Red Slip) and Phoenician (Bi-Chrome and Red Slip); altre fabric types sono attestate ma in ridotte quantità: ‘Cooking Pot Ware, Corse Ware, Fine Ware and Slip Ware’.
Il Period 2, comparabile con le sequenze di siti vicini: Sarepta (Strata C and B), Tyre (Strata IV-II), Al Mina (Level) ecc., viene ricondotto all’Iron Age III period, o in termini storici al periodo persiano, ed in termini di cronologia assoluta ad una data tra il 700 ed il 500 a.C.. L’aspetto più interessante, quanto alla ceramica, seppure con differenze ed alcune contiguità col Period 1, è dato da different ceramic indicators, tra cui il tipo maggiormente attestato, wheel-made Common Ware jars with no-necks and compressed rims, che, secondo l’Autore, può rappresentare un’evoluzione del tipo CW con orlo a colletto verticale (Fig.40:1-5), ampiamente attestato nel Period 1; altro dato interessante, l’assenza di Bi-Chrome and Imported Decorated Ware, e la comparsa, invece, di Amphora Ware.
Questa introduzione al contesto ed alle relative problematiche stratigrafico-cronologiche precede l’ampia analisi dedicata alle tecniche di fabbricazione, Manifacture (produzione al tornio; lavorazione a mano; o entro matrice), alle caratteristiche delle varie classi ceramiche, Fabric, concetto utilizzato in un’accezione molto ampia che contempla l’osservazione di una serie di parametri, Color, Texture, Inclusion, Fracture, Firing, Surface Treatment, Contex, Association, per ogni specifica classe ceramica: Common Ware, CW; Bi-Chrome Ware, BCW; Cooking Pot Ware, CPW, suddivisa in CPW/A e CPW/B; Coarse Ware, COW; Fine Ware FW; Red Slip Ware, RSW, suddivisa in Hand-Burnished Red Slip Ware, H-B/RSW, e Wheel-Burnished/Red Slip Ware, W-B/RSW; Imported Decorated Ware, IDW, quest’ultima all possibly originate from external sources, most likely Cyprus, and may be placed within the well-documented Cypriot ceramic tradition, in particolare, qui l’Autore, allineandosi alla tradizione degli studi sulla ceramica cipriota, distingue Cypriot White Slip Ware II, CWS II, Cypriot Mono-Chrome Ware, Cypriot Bi-Chrome Ware (Wheel-made) III, Cypriot Black on Red Ware, BoR; seguono, poi, Plain Crisp Ware, PCW, ed infine Amphora Ware, AHW.
Ultimi due argomenti: metodi di cottura (Firing: Oxidation Firing, Reduction Firing), nonché, Shape Analysis, quest’ultima analisi contempla un approfondito catalogo descrittivo, Pottery Catalogue (pagg.187-276), di ciascuna forma e relative varianti, suffragato da una puntuale documentazione grafica e fotografica (shape analysis: pagg.30-104). A pagina 105 una esaustiva Quantitative Analysis, premessa sintetica a 91 Tables analitiche contenenti i dati quantitativi (quantità espresse in numeri, kilogrammi e percentuali) relativi ai frammenti recuperati ed a quelli analizzati, suddivisi per periodi, strati e classi ceramiche; inoltre, ‘Trends in the Period 1 and Period 2 BEY 032 Pottery’, una ‘Comparative Ceramic Analysis’, infine, le conclusioni; seguono, poi, tavole di concordanza della ceramica del settore BEY 032, periodi 1 e 2 (pagg.173-185). A pag.187 ha inizio il catalogo. La bibliografia si incastra da pagina 116 a 122.
L’Autore, a questo punto, esamina le tipologie formali (i cui parametri descrittivi sono: Shape, Features, Dimensions, Contex and Quantity, Associations) in base al concetto, precedentemente analizzato, di Fabric ed ordinate per ‘fabric category’, a partire dalla CW.

Common Ware represents the most abundant fabric category in both periods’, poi, passa in rassegna le forme di CW iniziando dalle Common Ware Bowls, di cui distingue ben otto tipi:

  • Type CW/B1, CW Bowls with Open Plain Rims (tipo, wheel-made, caratterizzato da pareti oblique; di dimensioni diverse, small, medium e large, con un diametro all’orlo tra i 16 ed i 32 cm., con spessore della parete tra i 6 e 10 mm.; pale yellow-green-grey è l’aspetto cromatico della maggior parte dei campioni dagli strata del Periodo 2).
  • Type CW/B2, CW Bowls with Internally-Thickened Rims (di dimensioni analoghe al tipo medium CW/B1, ma ad orlo ingrossato internamente; quanto all’orlo vengono individuati tre sub-types; si tratta di una forma wheel-made, con pareti, talvolta, molto sottili; in alcuni casi si riscontra an applied cream-yellow slip or thin red wash).
  • Type CW/B3, CW Bowls with In-Turned Rims (This type is characterised by bowls with in-turned rims and convex exterior upper body profiles; prodotto al tornio, con pareti piuttosto sottili, in media di circa 6-8 mm., e con un diametro all’orlo di 8-32 cm. oppure di 12-22 cm.; this type is similar to Sarepta X-15 and X-29).
  • Type CW/B4, CW Bowls with Thickened and/or Folded Rims (bowls with externally thickened and/or folded rims…The body walls are usually open and straight, or slightly convex; diametro all’orlo di 26-36 cm., spessore delle pareti tra i 10-15 mm.; l’Autore segnala eventuali concordanze con forme analoghe da altri contesti ma descritte in vario modo, il cui orlo viene indicato più spesso come triangular in section, …bowls with folded rims, …rim with elongated triangular shaped)
  • Type CW/B5, CW Bowls with Projecting Rims (orlo appuntito o arrotondato, sporgente verso l’esterno, talvolta ispessito, profilo delle pareti diritto o leggermente convesso; forma realizzata al tornio, some have lightly compacted surfaces; diametro all’orlo tra 16-26 cm, spessore delle pareti tra 6-8 mm.)
  • Type CW/B6, CW Bowls with Projecting and Carinated Rims (wheel-made, simile alla forma CW/B5, con orlo proiettato all’esterno ed ispessito, ma con leggera carenatura al di sotto dell’orlo o nella zona superiore della parete; l’Autore distingue 3 sottotipi: con lieve carenatura, con lieve carenatura e solco sull’orlo, terzo sottotipo with sharp carination; diametro all’orlo tra 16-32 cm., spessore delle pareti tra 6-12 mm.)
  • Type CW/B7, CW Bowls with Out-Turned Rims (wheel-made, con orlo arrotondato o leggermente appuntito; diametro all’orlo tra 12 e 32 cm., spessore della parete tra i 6 ed i 12 mm.; si distinguono 4 sottotipi: the first has plain rounded out-turned rims, the second has flared everted rims…, the third sub-type is represented by a deep bowl or krater with a down-turned rim, and the fourth group has a short pointed out-turned rims).
  • Type CW/B8, CW Bowls with Open Plain Rims and Body Carinations (wheel-made, diametro all’orlo tra 18 e 22 cm., spessore della parete tra i 6 ed i 8 mm.; con due sottotipi: il primo tipo lievemente carenato e con orlo rastremato verso il basso, mentre il secondo presenta un orlo arrotondato ed un profilo della parete in forma di S).

L’Autore passa, poi, all’esame della forma CW Jars, di cui individua seven different jar types, forma diffusa sia nel Period 1 che nel Period 2, con incremento percentuale nel Period 2.

  • Type CW/J1, CW Jars with Short-Necks and Plain Out-Turned Rims (wheel-made, forme di piccole dimensioni ad orlo svasato, profilo concavo del collo, diametro all’orlo tra gli 8 ed i 12 cm., spessore della parete circa 6 mm., altezza del collo, quando preservato, 6 cm.; la forma è presente anche nell’ambito della BCW e CPW)
  • Type CW/J2, CW Jars with No-Necks and Compressed Rims (wheel-made, ‘A notable feature is that many of these jars are made of the cream-yellow or orange pink coloured Common Ware’; tipo usato anche nell’ambito della BCW e CPW, con incremento numerico nel Period 2; il diametro all’orlo si attesta prevalentemente intorno ai 12 cm., lo spessore in parete è di c. 15 mm.)
  • Type CW/J3, CW Jars with Short-Necks and Collared Rims (‘jars with short necks and collared, sometimes vertical or everted, rounded rims. The exterior profile is distinguished by a rounded shoulder with a soft convex transition to upper body. Two small loop handles, with oval shaped sections…’; un tipo simile è presente anche nell’ambito della BCW e CPW; sono, inoltre, individuati tre sottotipi in base alle caratteristiche formali dell’orlo ed all’altezza del collo: ‘short-neck everted rims, medium neck vertical rim, and tall neck vertical rim; …All are wheel-made. These jars are generally always made of the buff-brown or red-brown coloured Common Ware’; la presenza di questa forma decresce negli strata del Period 2)
  • Type CW/J4, CW Jars with Externally Thickened Out-Turned Rims (wheel-made, ‘Most are made of the buff-brown coloured Common Ware’; un tipo simile è presente anche nell’ambito della BCW e CPW; diametro all’orlo tra i 12 ed i 16 cm. ma può raggiungere anche i 20-22 cm., lo spessore delle pareti 10-12 mm., e l’altezza del collo è tra i 3-6 cm.)
  • Type CW/J5, CW Jars with Triangular-Shaped Projecting Rims (wheel-made, ‘These jars may be self-slipped or have an applied yellow slip’; è una forma con orlo triangolare proiettato verso l’esterno, con collo di media altezza e profilo diritto anche tendente al concavo; diametro all’orlo tra i 15 ed i 20 cm., spessore delle pareti 6-8 mm., ed altezza del collo intorno ai 6 cm.)
  • Type CW/J6, CW Jars with Square-Shaped Rims (si tratta di una forma, con due sottotipi, caratterizzata da un breve orlo superiormente piano, squadrato e compresso, con profonda depressione lungo il profilo esterno. ‘The distinctive qualities of the fabric may suggest an external origin for this jar type’; assente nel Period 1, e solo presente nello stratum 1 del Period 2)
  • Type CW/J7, CW Jars with wide Mouths and Out-Turned Rims (rientrano in questo tipo brocche, o crateri, dall’orlo ampio e svasato, dal collo a profilo concavo; tracce di colore sulla superficie farebbero propendere per un possibile inquadramento nella BCW).

Il catalogo prosegue con CW Isolated Type (CW Saucer Lamps, forma aperta realizzata al tornio con becco plasmato a mano, orange-pink CW, diametro tra i 12 ed i 16 cm.; CW Stands, supporti di forma circolare con orli ad anello su entrambi i lati; ‘These clay supports are generally rather coarse textured with notable inclusions’; CW Lids, tipo caratterizzato ‘by an inverted hemispherical bowl shape’ con pomello alla sommità, ‘they were probably used as covers for jars’; CW Juglets, di piccole dimensioni, l’altezza è di c. 9 cm., il diametro all’orlo di 4-6 cm., con corpo di forma globulare, a pera, o a sacco, orlo svasato, arrotondato, e piccola ansa a sezione ovale, tipo assente nel Period 1, pochi esempi dallo strato 1 del Period 2; CW Bottles, molto simili al tipo CW Juglets, ma con collo più slanciato e, talvolta, vernice giallo-crema), seguono CW Bases, CW Handles (con altrettanti tipi e relativa sintetica analisi qualitativa e quantitativa). Bi-Chrome Ware Types (BCW) rientrano in una classe ceramica presente quasi esclusivamente negli strata del Period 1; ‘the decoration consists of bi-chrome linear and geometric patterns, painted in red, maroon, brown or black, applied over cream-yellow base slips or directly on self-slipped surfaces’, il motivo primario consiste in una larga banda dipinta in rosso inquadrata da bande concentriche più strette di colore nero, di orizzonte stilistico tipicamente fenicio; essa appare durante l’XI secolo a.C.. L’Autore esamina le forme attestate: BCW Bowls, Jars, Bases.

  • BCW Bowls with Open Plain Rims Type BCW/B1 (wheel-made, diametro all’orlo tra i 12 ed i 14 cm., la decorazione, semplice, consiste in bande di colore rosso, nero o marrone sull’orlo e nell’interno della vasca)
  • BCW Bowls with Out-Turned Rims Type BCW/B2 (il tipo è caratterizzato da una lieve carenatura esterna al di sotto dell’orlo o da un profilo ‘S-shaped’)
  • BCW Bowls with Internally-Thickened Rims Type BCW/B3 (con orlo ‘triangular-shape’ e talvolta abbastanza appuntito)
  • BCW Bowls with Plain In-Turned Rims Type BCW/B4 (a profilo spesso molto convesso, la decorazione, sulla superficie interna della vasca, consiste sempre di bande rosse inquadrate su entrambi di lati da linee scure o nere)

BCW Jars:

  • BCW Jars with Plain Out-Turned Rims Type BCW/J1 (wheel-made, diametro all’orlo in media di circa 16 cm., ‘Most patterns consist of red and/or dark brown to black bands applied to the rim or centre and base of the neck’)
  • BCW Jars with No-Necks and Compressed Rims Type BCW/J2 (wheel-made, il tipo comprende ‘jars, or possibly kraters, with no-necks and compressed rims’, diametro all’orlo di circa 24-28 cm.)
  • BCW Jars with Externally Thickened Out-Turned Rims Type BCW/J3 (wheel-made, ad orlo estroflesso, collo a profilo concavo, ‘most patterns consist of simple red bands on the rim and/or neck’)
  • BCW Jars with Short-Necks and Collared Rims Type BCW/J4 (wheel-made, ‘Most patterns consist of simple red rim bands’)
  • BCW Jars with Wide Mouths and Out-Turned Rims Type BCW/J5

Nell’ambito di BCW Isolated Types l’Autore distingue BCW Vessel with handles e BCW Neck of Flask with Ridge, quest’ultima forma, bottiglia o fiasca, con stretto collo provvisto di risega. Nell’ambito di BCW Bases l’Autore riconosce BCW bases with flat profiles e BCW bases with ring profiles. Alle pagg.16-17 l’Autore descrive le caratteristiche della BCW Fabric: dal colore, orange-pink, simile alla Common Ware; ‘irregular break pattern’, motivi geometrici o lineari dipinti in rosso o nero-marrone a bande su una superficie verniciata giallo-crema: ‘The reddish-brown and black colours may be derivatives of iron or manganese bearing agents. The pale base slips may be a mixture of silica and feldspar compounds’. Segue l’analisi di frammenti di Cooking Pot Ware Types (CPW), individuata in percentuale leggermente più alta negli strati del Period 2; ovviamente ‘Many of these cooking pot diagnostic sherds bear traces of burning on the exterior surfaces attesting to the function of these vessels’. Le forme esaminate rientrano nei seguenti ambiti tipologici: CPW Bowls, Jars, Isolated Types, Bases, Handles. Quattro tipi differenti di CPW Bowls:

  • CPW Bowls with Open Plain Rims CPW/B1 (forma aperta ad orlo arrotondato o appuntito, tra i 20-24 cm. di diametro, analoghe forme in CW e RSW)
  • CPW Bowls with Plain In-Turned Rims CPW/B2 (con orlo che tende verso l’interno della vasca)
  • CPW Bowls with Externally-Thickened and/or Folded Rims CPW/B3 (ad orlo ispessito e/o ripiegato, profilo del corpo diritto o leggermente convesso, diametro presumibile al massino di 30 cm.)
  • CPW Bowls with Open Internally-Thickened Rims CPW/B4.

Segue l’analisi della forma CPW Jarscon 12 tipi:

  • CPW Jars with Projecting Rims CPW/J1 (‘This type is characterized by jars with thin walls, medium high, straight or slightly concave necks, and small projecting, pointed, or triangular-shaped rims. The top of the rim is usually flat or slightly angular’, due piccole anse a sezione ovale appiattita, quanto al colore essa è prevalententemente reddish-orange ware)
  • CPW Jars with Plain Out-Turned Rims CPW/J2 (ad orlo svasato ed arrotondato, diametro all’orlo di circa 22 cm.)
  • CPW Jars with Plain Out-Turned Rims with Internal Ledge CPW/J3 (con orlo svasato e piuttosto sottile, con un aggetto alla base del collo internamente)
  • CPW Jars with Externally Thickened Out-Turned Grooved Rims CPW/J4 (con orlo esternamente ispessito e/o piegato, talvolta, percorso da un profondo solco ‘most likely produced by squeezing the folded rim’, ‘this type represents the most common Period 1 cooking pot)
  • CPW Jars with Short Necks and Ledge Rims CPW/J5 (con aggetto interno ‘interior ledge’ dell’orlo funzionale alla posa di un coperchio)
  • CPW Jars with Externally Thickened Out-Turned Rims CPW/J6 (attestato negli strata del Period 1 e 2)
  • CPW Jars with Collared Rims CPW/J7 (‘jars with medium to high necks and vertical collared rims’, l’esempio Fig.17:7 ‘has a series of shallow grooves or ribs, possibly made with the potter’s fingers, on the outside surface of the neck’)
  • CPW Jars with No-Necks and Compressed Rims CPW/J8 (orlo compresso ed appiattito sulle spalle del vaso, forma comune anche ad altre Fabrics, Fig.21:5)
  • CPW Jars with Wide Mouth and Thickened Rims CPW/J9 (solco lineare sul profilo esterno dell’orlo, tipo presente solo nel Period 1)
  • CPW Cooking Pots with Triangular Rims CPW/J10 (con orlo ispessito a triangolo, superficie superiore piana o depressa, Fig.17:5)
  • CPW Cooking Pots with Incurved Rims Interior Ledge CPW/J11 (a corpo globulare)
  • CPW Cooking Pots with Hole Mouth Rims CPW/J12 (le tracce di uso permettono di attribuire a questa forma una funzione di mortaio).

Vengono trattate, poi, altre tipologie formali, tra cui, un esempio di CPW Spouts: ‘This type is characterised by a hollow cylindrical tube of clay’. Alle pagg.17-19 un’acuta analisi (con interazione tra colour, texture and shape) suddivide la CPW Fabricin due varianti: CPW/A e CPW/B. L’analisi di ciascuna variante è basata su un’associazione di texture, forma/funzione e cronologia:

  • CPW/A: texture very coarse, presenza di molti inclusi organici utili a mitigare gli effetti del thermal shock cui è sottoposto questo vasellame da fuoco quando in uso (i vacuoli, prodottisi in fase di cottura della ceramica, a seguito della combustione dei componenti organici, limitano il rischio di propagazione della fessurazione del vaso quando esso, durante l’uso, viene esposto a fonte di calore); dark-brown color/dark grey or black core; variante attestata negli strata del Period 1.
  • CPW/B: variante maggiormente rappresentata nel Period 2, nei cd. livelli persiani; reddish-brown colour; fine texture; suono metallico in caduta, ecc.

Le morfologie esaminate dall’Autore, nell’ambito della Coarse Ware Types (COW), sono Bowls (COW Bowls with Internally-Thickened Rims; COW Bowls with Thickened and/or Folded Rims), Jars (COW Jars with Short-Necks and Projecting Rims), Isolated Types, Bases, Handles.
Solo pochi frammenti di Fine Ware Types (FW), molto rara, pale-buff or very light-brown color range, tessitura fine, ‘clinky’ resonance when tapped.
Red Slip Ware Types (RSW) sono presenti in entrambi i periodi, ma con percentuale lievemente più alta nel Period 2; l’Autore individua frammenti di RSW Bowls, Jars, Bases, Handles.
Nell’ambito di RSW Bowls: Bowls with Open Plain Rims (con diametro all’orlo tra 14-34 cm., tra cui il tipo Figs 6:12 che l’Autore considera ‘a transitional type in between bowls with plain open rims and bowls with in-turned rims’); RSW Bowls with Internally-Thickened Rims (con diametro all’orlo tra i 12 ed i 24 cm., forma attestata anche in CW, BCW, e CPW; un tipo particolare, Fig.25:10, presenta un profondo solco sulla superficie superiore dell’orlo, quasi un orlo bifido); RSW Bowls with Thickened or Folded Rims (con diametro all’orlo di 12 cm., ‘The rims have the shape of inverted triangles’ con profilo delle pareti leggermente convesso); seguono: RSW Bowls with Projecting Rims; RSW Bowls with Plain In-Turned Rims; RSW Bowls with Out-Turned and Carinated Rims, in questa forma ‘The red slip is most often contained on the rim and interior surface which can also be ring wheel-burnished’; RSW Bowls with Thickened and Grooved Rims.
Il tipo RSW Jars comprende solo RSW Jars with Externally Projecting Rims, forma priva del collo, con orlo proiettato verso l’esterno e compresso. L’Autore segnala, inoltre basi a profilo piano o a disco ed anse a sezione ovale o circolare. Alle pagg.21-23 le caratteristiche della Fabric, principalmente basate sul trattamento della superficie: Hand-Burnished (H-B/RSW) e Wheel-Burnished (W-B/RSW) che riflettono probabilmente una tradizione ceramica locale e di importazione; la RSW appare molto diffusa lungo le coste levantine e nell’entroterra, sebbene non sia ancora possibile precisarne il luogo di origine; in Palestina essa viene prodotta dal X al VI secolo a.C.; l’Autore precisa, inoltre, che ‘the burnishing of the red slip distinguishes this ware from the IDW, wich is never polished and is only ever lightly smoothed’.
Hand-Burnished Red Slip Ware (‘buff-light brown color’; ‘have regular and clean break pattern’, spesso è cotta a temperature alte, pertanto, ha una ‘clinky resonance’; lo strato di ‘red slip’ è applicato sull’orlo, all’interno e sulla superficie esterna che è poi anche ‘burnished’, questa tecnica accentua il colore rosso, di essa rimangono tracce ad andamento verticale.
La Wheel-Burnished Red Slip Ware, invece, presenta un colore orange-pink come la Common Ware, il trattamento della brunitura produce un colore, più scuro, rosso-marrone.
jamieson_idwSulla base di fabric characteristics and style of decoration l’Autore colloca alcuni frammenti, ascrivibili alla tradizione della ceramica cipriota, nella categoria Imported Decorated Ware Types (IDW) (pagg.94-100), individuando nell’ambito di Cypriot Late Bronze Age Wares un frammento di White Slip Ware II, ceramica molto diffusa lungo le coste del Mediterraneo orientale nella tarda età del bronzo (Bowl with In-Turned Rim and Handle a profilo convesso e con decorazione a linee nere che formano una banda sul bordo esterno dell’orlo, altri motivi decorativi non identificabili sono nella parte superiore del corpo ‘in a dark brown color’), nonché due frammenti di Cypriot Mono-Chrome Ware con tracce di decorazione (di cui risulta indecifrabile il pattern a causa della estrema corrosione del reperto) in a dark brown-maroon paint.
Anche frammenti di Cypriot Iron Age Wares provengono dal settore BEY 032 ma solo dal contesto del Period 1. Le tradizioni ceramiche attestate rientrano negli ambiti di Cypriot White Painted (Wheel-Made) Wares (con soli due frammenti della forma Vessels with tapered rims, la cui decorazione, su uno di essi, consiste in ‘a simple black band around the rim’, mentre sull’altro frammento la decorazione consiste in una serie di 7 linee scure parallele orizzontali, in prossimità dell’orlo e nella zona superiore del corpo, al di sotto altre 7 linee verticali, e traccia di una linea diagonale, inoltre, ‘on this later rim sherd, the dark brown to black decoration appears to be painted onto a cream coloured base slip’); di Cypriot Bi-Chrome (Wheel-Made) Wares (con due frammenti di orlo della forma Jars with Out-Turned Rims e con simile pattern decorativo: ‘a similar decorative scheme consisting of two broad parallel horizontal lines painted around the top of the rim and interior of the neck. On the outside, below the rim, is a field of reddish-maroon slip less thick in consistency. Under this red zone are a series of finer parallel horizontal lines…’); di Cypriot Black on Red Ware (BoR), rappresentata solo da una Base with Ring Profile, ‘The fabric of this base is extremely fine’, con vernice rossa applicata all’interno della base e decorazione con motivo a cerchi concentrici realizzata mediante sottili linee nere, nonchè da qualche frammento di parete; infine, Cypriot Red Slip Ware (si tratta di un unico frammento di parete forse pertinente ad un ‘narrow neck jug of flask…is made of a pale brown ware and coated with a dark red slip, wich has been randomly hand-burnished in a vertical direction’, con spessore della parete di 8 mm.). Alle pagg.23-26 le caratteristiche delle varie Fabric: Cypriot White Slip Ware II, colore dark-red brown, ‘this ware has a thick white or cream coloured slip applied to the internal and external surfaces; la decorazione dipinta a linee o bande è applicata attorno all’orlo, sul corpo del vaso e attorno o sulle anse; Cypriot Mono-Chrome Ware, caratterizzata da ‘light brown or buff color range’, superficie ‘in a pale cream-white color and lightly polished’, decorazione geometrica e lineare dipinta ‘dark brown to black’, applicata direttamente sulla ceramica ‘or over the applied slip’; Cypriot Bi-Chrome (Wheel-Made) Wares III, ‘grey or cream color throughout’, quanto al trattamento della superficie ‘The painted decoration usually comprises black lines approximately 2 cm. apart, wich are filled with a dark maroon or purple-brown coloured slip’; Cypriot Black on Red Ware (BoR), orange-pink to red color throughout’, ‘sherds made of this ware have an orange-red slip applied inside and out, and is highly burnished, possibly by hand. The decorated linear geometric pattern usually consists of concentric circles, evenly painted, in black’.
Altra Fabric attestata è la Plain ‘Crisp’ Ware Types (PCW) (pagg.100-101) utilizzata prevalentemente ‘for the manufacture of jars with sharply carinated shoulders…originating from the southern Levant’; contenitori di questa classe ceramica appaiono nel IX secolo a.C. e rimangono in uso fino VII a.C. (‘until the end of the Iron Age’). A pag.27, invece, la descrizione delle caratteristiche macroscopiche di PCW (‘This ware has a pale cream-yellow exterior, light grey-yellow interior and a grey-yellow to light-brown core…clean and crisp break pattern caused by the high firing temperature…with a clinky resonance when tapped…the fired surface has the appearance of an applied yellow or cream coloured slip’).jamieson_awIl paragrafo Amphora Ware Types (AHW) (pagg.102-103) analizza frammenti di AHW Jars tutti provenienti dallo Stratum 1 del Period 2, in particolare, AHW Jars with Externally Thickened Out-Turned Rims, ad orlo ingrossato o anche appiattito superiormente, diametro all’orlo tra i 12 ed i 16 cm.; AHW Bases con due forme AHW Tapering Bases, leggermente convesse quanto al profilo, una ‘rounded base’ proveniente dallo Stratum 2 del Period 2 ha una terminazione ingrossata, ed AHW Bases with High Ring Profiles; si analizzano, poi, le anse AHW Handles (AHW Handles with Circular Sections, e AHW Handles with Flattened Oval Sections). Alle pagg.28-29 le caratteristiche della Fabric: ‘The outer surfaces are usually a pale cream-yellow, possibly a slip, and the core an orange-pink’, la cottura è avvenuta ad alte temperature, ‘The exterior surfaces of some examples have the appearance of a cream or yellow slip…’ risultato della composizione dell’impasto e della cottura. Alcuni frammenti di Black Glaze Ware Types (BGW) non vengono studiati perché ‘elements of an intrusive nature’.






Francisco Jesús Núñez Calvo (Consejo Superior de Investigaciones Científicas. Istituto de Estudios Islámicos y del Oriente Próximo. Zaragoza) firma il contributo ‘Tyre-Al Bass. Potters and Cemeteries’ (pagg.277-296 compresa la bibliografia).
L’Autore precisa che ‘This paper has a rather empiric approach to a particular case, with no intention on our part to develop interpretations of a social or religious nature that could be applied generally to other Phoenician contexts’, ed inoltre, ‘It is also clear, however, that the only way to fully understand the character and meaning of these ceramic remains is to place them in their religious and social context’; procede, così, all’analisi dei dati materiali dalla necropoli di Al-Bass, ‘The cemetery of the city of Tyre in Phoenician times’.
Il primo aspetto che l’Autore nota è il carattere omogeneo delle sepolture (collocabili tra fine X sec. e metà VI a.C.), sebbene, espressione degli sviluppi del repertorio ceramico di Tiro (Al-Bass Periods 2-5): fosse scavate direttamente nella sabbia, il cui corredo era costituito da una o due urne ‘with other funerary gift’, una stele con iscrizione, e probabilmente pali di legno come elementi di delimitazione dello spazio. L’analisi antropologica ha mostrato che i resti umani appartenevano ad adulti e pre-adulti di entrambi i sessi; in una delle due urne erano deposti, di solito, i resti ossei carbonizzati del defunto, spesso accompagnati da uno scarabeo, mentre nell’altra era deposta terra grigiastra mista a resti ossei, a frammenti di ceramica combusta, vasi miniaturistici, nonché ‘jewellery, amulets, buttons or clay heart-shaped tabs’; come afferenti al rituale vengono segnalati anche resti faunistici ed ittici, botanici (nòccioli di olive) deposti all’interno delle urne, nonchè resti combusti di essenze arboree aromatiche provenienti dall’ambito della fossa.
L’Autore passa ad esaminare il repertorio ceramico (pagg.280-284) della necropoli, che egli divide in tre gruppi principali:

  • big containers (usati come urne: amphoroid craters, decorated storage jars, common storage jars, cooking pots, cauldron-like jars)
  • jugs (che l’Autore suddivide in due gruppi principali: pitchers, dippers, and surely spouted jugs per versare vino; neck-ridge jugs, di solito, considerati contenitori di oli profumati ed unguenti per analogia morfologica con le lekythoi egee)
  • open forms (anche queste riunite in due gruppi principali: flat or emispherical cups; certain types of bowls or carinated plates)

fino ad individuare un ‘funerary ceramic standard set’ (Fig.5, pag.284), in parte, utilizzato nell’ambito del rituale e, poi, bruciato sulla pira, per poi essere deposto, frammentato, in una delle due urne.calvo_standard_setL’Autore, inoltre, precisa che nell’ambito del primo gruppo, quello dei grossi contenitori usati come urne, si annoverano importazioni di origine cipriota; mentre, la maggior parte dei prodotti importati dall’area egea si colloca nell’ambito delle forme aperte del terzo gruppo; comunque i prodotti importati non superano il 5.5% (nella necropoli) e il 2% (nell’insediamento) sul totale dei reperti ceramici.
Dopo un cenno agli aspetti tecnici (composizione delle paste ceramiche, ‘rough matrix’ ed una ‘finer matrix’; standardizzazione, in termini tecnici, morfologici e decorativi, delle forme ceramiche e dei tipi; cottura a basse temperature e conseguente deterioramento, sia degli impasti che delle decorazioni, dei prodotti ceramici per lungo tempo sepolti), segue il paragrafo ‘Sources of Supply’.
Qui l’Autore analizza gli stretti rapporti tra aspetti qualitativi della produzione locale (craters, cooking pots, plates caratterizzati da una fattura ed una decorazione, talvolta, mediocri) e funzione del vaso o meglio ‘defunzionalizzazione’ e conseguente ‘rifunzionalizzazione’ di alcune forme destinate specificamente a soddisfare l’uso funerario (espressione di una offerta del mercato ad una specifica domanda), è il caso di piatti (e non si tratta di un riuso!) morfologicamente imperfetti e, pertanto, staticamente inutilizzabili, che assumono una nuova funzione diventando veri e propri coperchi di urne (aspetto che viene letto anche come necessità di soddisfare bisogni reciproci, del consumatore e del produttore, con la immissione di prodotti difettosi, ma a buon mercato!), utilizzati nell’ambito di un corredo standard che prevede, però, anche oggetti tecnicamente perfetti, ed affiancandosi, talvolta, anche ad innovativi prodotti delle officine locali, ad esempio, l’urna con base appuntita (Fig.7a), facilmente conficcabile nella sabbia (anche qui la lettura, proposta dall’Autore, può essere anche intesa in termini di innovazione finalizzata ad una ben precisa esigenza della domanda), ad imitazione di quei contenitori di derrate, nati con una ben precisa funzione e, solo dopo averla assolta, riutilizzati, con opportune modifiche, come urne.
Di alta qualità l’imported wares di Al-Bass, cipriota ed euboica, sebbene in percentuale ridotta: ‘the Cypriot products with evident connections to the Amathus area are the best represented’, si tratta di Bichrome and Black-on-Red wares, affiancate da una produzione meno raffinata, di imitazione, opera di fabbriche continentali: ‘vessels from likely continental centres that made wares à la Chypriote’ (prodotti economici, di imitazione, tesi a soddisfare una ben precisa domanda del mercato); poi, forme aperte di origine euboica (skyphoi e piatti), tra cui ‘Euboean PSC Productions’, nonché ‘late East Aegean forms’.
Infine, le conclusioni (Conclusions): ‘Given the limited number of clear second-hand items and the general lack of use wear, it seems that the citizens obtained their pots from two basic sources, local workshops and foreign markets’; l’Autore si interroga sulle problematiche poco note dell’organizzazione produttiva o delle specializzazioni dell’industria ceramica nella Tiro di epoca fenicia e nell’area levantina, comunque, ‘the presence of full-time potters should not be out of question’.
‘In the end, al-Bass reflects an urban society that generated a demand for specific ceramic products that was answered accordingly by workshops and commercial enterprises’.


Nel contributo scientifico ‘The Strait and Beyond: Local Communities in Phoenician Lixus (Larache, Morocco)’ (pagg.297-326), a firma di Carmen Aranegui (University of Valencia), Mireia López-Bertran (University of Valencia) e Jaime Vives-Ferrándiz (Museum of Prehistory, Valencia), gli Autori ci guidano con acume e rigore scientifico, e per gradi, partendo da specifici dati materiali riscontrati nell’insediamento di Lixus (citata dalle fonti antiche -tra cui, Plinio e Strabone- come una delle tre fondazioni fenicie in occidente insieme ad Utica e Gadir) e da certi aspetti della tecnologia ceramica, nell’analisi di alcuni concetti fondamentali della complessa problematica, oggi, più propriamente definita come ‘Phoenician commercial diaspora’ o ‘Phoenician trade diaspora’ e delle sue interazioni socio-economiche con le comunità locali (che producono effetti variabili in relazione ai diversi contesti) e che vengono lette dagli Autori, come espressione di un carattere trans-culturale o di fenomeni di ibridazione (aggiungeremmo, volentieri, di reciprocità) tra la cultura dei nuovi arrivati e quella delle comunità indigene, nell’ottica geografica del ‘revisionato’ concetto già espresso da Tarradel negli anni ‘60 di ‘Circle of the Strait’.
Nell’Introduction gli Autori confermano, in base ai ritrovamenti archeologici verificatisi negli ultimi anni, la presenza fenicia in Morocco, sia sul versante atlantico che su quello mediterraneo, con analogie a quanto accadeva sulle coste meridionali della Spagna, sottolineando anche la ormai matura consapevolezza che i Fenici, ivi arrivati, si imbatterono in comunità indigene locali della tarda età del bronzo che erano a loro volta già integrate in un ampio network di relazioni all’interno dello Stretto di Gibilterra.
Gli Autori passano, poi, ad esaminare il contesto specifico di ‘Lixus and the Phoenicians in the Far West’, in particolare, i livelli fondazionali, databili alla fine dell’VIII-inizi VII secolo a.C. (dopo una primissima fase priva di costruzioni permanenti, i cui layers, ricchi di materiali organici, sono stati intercettati su Choumis, e la cui datazione calibrata fornisce un orizzonte cronologico tra l’820 ed il 770 a.C., con la conseguenza che ‘this evidence refutes the idea that this area was subsidiary from the south of Spain in terms of chronology of the Phoenician arrival’). Il sito ubicato su un’altura (a circa 85 mt. sul livello del mare) dominava il grande estuario del Loukkos River, un ampio ecosistema lagunare con vie d’acqua navigabili ‘where indigenous groups settled, frequently on the low courses’. Le recenti indagini archeologiche condotte nell’antico insediamento hanno permesso di individuare due differenti aree: ‘there are houses on the southern and low slopes (Sondeo del Algarrobo), wich are quite well connected to the lagoon … there are complex storage rooms on the upper part of the hill (Cámaras Montalbán/Choumis) and, perhaps, an area of temples that is still poorly documented archaeologically’. Le case, costruite with local limestone, mudbricks and wood, avevano muri, conservati per circa un metro, di circa 50/60 cm. di spessore; si adattavano alle pendici terrazzate; ‘from what we know in the Algarrobo region’ le abitazioni erano composte da quattro stanze, di cui una destinata ad attività artigianali; nel caso di Lixus ‘a smelting bronze and copper furnace has been recorded, maybe to produce small cast objects’.
Sulla collina, invece, una costruzione (con muri di un metro di spessore), divisa in navate longitudinali, ‘storage rooms…or…religious constructions, following Ponsich’s proposal’.
Un cenno, poi, alle evidenze insediative lungo la costa settentrionale del Morocco, settore atlantico (Mogador, insediamento stagionale di naviganti, occupato intorno al VII sec. a.C., dove si sono recuperati: ‘Phoenician type amphorae and red slip wares’), ed alle scarse evidenze del settore mediterraneo.
Si addiviene, così, all’analisi della ceramica ‘The Pottery from the Initial Levels’, con relativa analisi tipologica, morfologica e tecnologica, e con particolare riferimento all’aspetto discriminante principale (le cui ‘implicazioni etniche’ sono state a lungo dibattute nella passata storia degli studi) della duplice tecnologia produttiva: hand-made pottery e wheel-made pottery con l’analisi delle percentuali da alcuni layers significativi.
Le tipologie della wheel-made pottery (red slip ware, plain ware, painted ware e grey ware, in percentuale decrescente) da Lixus trovano riscontro nei materiali del sud dell’Iberia, sebbene, non siano stati ancora oggetto di analisi archeometriche (così come tutti i materiali ceramici da Ceuta di VII sec. a.C. considerati produzioni dell’Andalusia orientale).
aranegui_lixus_rswRed slip ware is mainly represented by open forms such as plates and bowls’ (85%), in genere, di buona qualità, e sulla base della seriazione cronologica di Schubart per i piatti in red slip ware, gli strati più antichi di Lixus, nel contesto di Algarrobo, vengono datati intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., datazione confortata dal C14; le morfologie seguono senza considerevoli differenze quelle di analoghi prodotti orientali; si segnala una predominanza di ‘carinated bowls’, ad orlo verticale o incurvato verso l’esterno. Rare e molto frammentate alcune altre forme, prevalentemente brocche.
In plain ware, invece, i tipi 10.1.1.1 e 10.1.2.1 di amphora ware (con orlo a colletto); nonchè altre forme (comuni negli insediamenti arcaici del Mediterraneo occidentale, quali storage jars, jugs, plates, big deep bowls); interessante la comparsa di tripod-bowls in Lixus agli inizi del VII a.C., ma assenti nei livelli iniziali, così come painted ware e grey pottery.
Le tipologie della hand-made pottery, invece, contemplano in base al trattamento di superficie: coarse ware, burnished pottery, incised decorated pottery (cerámica esgrafiada).
La coarse ware comprende cooking pot types (‘piriform or globular bodies, S-shaped profiles and short slightly open rims, thickened on the outside’), con anse prensili o a sezione rotonda, ‘usually decorated with short, incised perpendicular decorations made with small sticks and impressed patterns made with the fingertip; always made before firing’, con confronti, in particolare, con un frammento decorato con incisioni verticali da Sidi Driss (costa est del Morocco).
La burnished pottery, ‘burnished or smoothed pottery’, con le seguenti forme: ‘bowls, open forms’ con carenatura nella zona centrale.
La ceramica à graffito (1-5%), di buona qualità, con forme aperte: ‘open carinated bowls’, ‘vessels with S-shaped profiles’ o anche ‘closed forms’, tutte caratterizzate da patterns decorativi geometrici incisi prima della cottura, con confronti sia col sud della Spagna che con con altri siti del Morocco.
Queste, in sintesi, le osservazioni degli Autori.
Ma il dato-cardine di questo studio è il ritrovamento di forme ibride (hybrid objects) che ‘do not fit perfectly well in these classifications because they embody technological and typological convergences’, ad esempio, ‘hand made open forms with red slip ware burnished surfaces’, cioè l’11% della ceramica fatta a mano, dal layer 3056 delle pendici meridionali, nonché da Cámaras Montalbán (‘one hand made bowl and one plate with burnished surfaces have red painted treatments’, … another hand made vessel… has red slip treatment’); si tratta di forme fenicie, ma realizzate a mano, e che, per di più, non risultano perfettamente identiche ai prototipi fenici lavorati al tornio (qualcosa di analogo si riscontra anche a Ceuta con riguardo alla ‘hand made pottery with reddish painted decoration’); la stessa evidenza, ma inversa, si è osservata, non solo in Lixus, quanto in molti contesti dell’Andalusia occidentale e del Portogallo nei layers di VIII secolo a.C., per certe forme di ceramica grigia, lavorata al tornio, che imitano forme tradizionali, indigene, di ceramica fatta a mano (‘bowls and plates’).
A questo punto gli Autori si interrogano sul significato della presenza coeva e contestuale, dagli strati più antichi di Lixus, di ceramica fatta a mano (tradizionalmente attribuita ad un sostrato indigeno; ma da alcuni studiosi anche agli stessi fenici!) e di quella lavorata al tornio (tradizione tecnologica innovativa introdotta dai fenici), e sull’attribuzione di ‘etichette etniche’ a questi fenomeni, dichiarando che ‘We prefer to move the discussion away from ethnicity, however, as the sole variable of the problem, to the social; or at least we prefer an approach, wich includes status and social hierarchy among others variables to assess ethnicity’, e senza perdere di vista le caratteristiche del particolare contesto dello Stretto, ‘the integrated area’, composto da una eterogeneità di culture e di persone, di particolarismi locali, sui quali la ‘trade diaspora’ esercita un’azione di stimolo socio-economico ampliandone gli orizzonti, superando così il concetto di colonizzazione tout court, non senza rapporti di reciprocità, di trasferimento di know-how (si pensi alla navigazione atlantica: ‘Hanno’s sailing ventures provide us with a good example of this cooperation when Carthaginians had to take Lixite guides and interpreters with them’).
Ed in questa nuova ottica, sinergica, di hybridization si intepreta quella hybrid pottery, prodotto di una convergenza tecnologica tra nuovi arrivati e comunità locali.
‘We thus consider as a starting point for further research, the plurality of the Phoenician culture, or rather different ways of being Phoenician, and the plurality of indigenous people’.






Il contributo ‘Petrographic and Mineralogy Characterisation of Local Punic Plain Ware from Carthage and Utica’ (pagg.327-347), a firma di Boutheina Maraoui Telmini (Université de Tunis) e Salah Bouhlel (Faculté de Sciences de Tunis), illustra i risultati archeometrici, limitati ad un piccolo numero di campioni di ceramica (in prevalenza anfore), basati su osservazione macroscopica e stereomicroscopica a frattura fresca, e su analisi petrografica.
Gli Autori specificano che i risultati sono parziali, dato l’esiguo numero dei campioni utilizzati, ed auspicano, per ulteriori indagini, l’incremento del campione e ‘chemical analysis (XRF) and (XR) diffraction in order to obtain definitive conclusions’.
I campioni esaminati coprono dal punto di vista cronologico il periodo dal Middle Punic (I,II,III: 480 a.C.-300 a.C.) al Late Punic (300 a.C-146 a.C.); essi provengono da Cartagine (C1,C2,C3 da scavi recenti nel sito di Bir Massouda; C4 dal Museo di Utica, sebbene il campione, un frammento di bruciaprofumi, è considerato proveniente dal Santuario di Baal Ammon e Tanit a Salammbô; C5,C6,C7 ‘from the deposit of the kiln of Dermech’ scavato da P.Gauckler) e da Utica (U1,U2,U3,U4,U5 di contesto incerto, provengono da scavi Cintas degli anni 1948-’52; ‘from Bebassia kiln’, vicino ad Utica, i rimanenti campioni B1,B2,B3,B4).
Il contributo presenta innanzitutto la ‘Methodology’ alla base dello studio ed i risultati delle analisi che permettono una suddivisione in sub-groups dei campioni.
In base alla ‘macroscopic and stereo microscopy observation on fresh pottery breaks’ si evidenziano 4 sottogruppi per i frammenti da Cartagine (C1; C2,C3,C5,C7; C4; C6), e 3 sottogruppi per Utica (B1,B4; B2,B3; U1,U2,U3,U4,U5); la ‘petrographic analysis’, invece, suddivide i campioni da Cartagine in 3 sottogruppi (C1; C2,C3,C5,C6,C7; C4) e da Utica in 4 sottogruppi (B1,B4; B2,B3; U1,U2,U5; U3,U4).
Gli Autori traggono le deduzioni nel capitolo finale ‘Conclusion’, evidenziando, le differenze di matrix e inclusi tra i frammenti da Cartagine e da Utica, con la emarginazione del campione C1 che ‘presents different petrographic characteristics that point to a non Carthaginian origin’.


Karin Mansel
(Archäologische Staatssammlung, München) firma il contributo scientifico: ‘Carthage’s Vessel Cupboard. Pottery of the Middle of seventh century B.C.’ (pagg.349-372), in cui esamina dal punto di vista tipologico, tecnologico e quantitativo, con puntuale corredo dei disegni delle forme ceramiche (Figg.1-8) e tabelle di comparazione dei materiali in percentuale (Tables 1-12), il vasellame proveniente da uno strato di riempimento (‘fill layer, nearly 1.5 meters in height’) di un ambiente (‘the pottery of room T1 is the centre of interest’) scavato dall’Istituto Archeologico Germanico nel 1994 ‘at the Rue Ibn Chabaat’ (lo studio della ceramica modellata al tornio dal suddetto strato di livellamento veniva pubblicato già nel 1999 da Mercedes Vega).
Il livellamento degli ambienti (in uso nella prima metà del VII) si verificò alla metà del VII secolo a.C. (Phase III); la datazione è confortata dalla presenza di frammenti di due anfore attiche SOS di metà VII, nonché dall’assenza di forme della seconda metà del VII (la bassa percentuale, pure attestata, delle anfore dalla Sardegna nuragica e dall’Italia centrale si riduce sensibilmente dopo la metà del VII). I frammenti ceramici, recuperati dal riempimento dell’ambiente, misti a cenere, ossa di animali, sabbia contaminata da sostanze organiche, appartengono a morfologie in uso nella prima metà del VII, con elementi residuali di VIII, quali due skyphoi euboici ‘and a possibly Levantine-Phoenician flat conical bowl with a painted rim that can clearly be dated in the eight century’.
I 1364 frammenti sono suddivisi, così, dall’Autore, in gruppi funzionali ed all’interno di ciascuno di essi si distinguono le due diverse tecnologie (wheel-made e hand-made):

  • Vessels for eating and drinking (37.1%)
  • Vessels for food and meal preparation (21%)
  • Containers for liquid and pouring (9.7%)
  • Storage vessels (3.9%)
  • Transport amphorae/storage vessels (18.0%)
  • Containers for cosmetic/pharmaceutical oils (3.0%)
  • Household goods (7.3%)
  • Special vessels (0.3%)

Al primo gruppo funzionale ‘Eating and drinking vessels with red slip’ appartengono plates, bowls (flat conical plates with a rim of three to four centimetres, forma preferita, ‘but the earlier shape with a narrower rim was still in use’; forma con vasca conica profonda ad orlo orizzontale; nonché carinated bowls and non-carinated, di cui un esempio di tazza non carenata, realizzata a mano, che imita però la forma wheel-made shape Vegas 2); e bowls with handles (nell’ambito di quest’ultima definizione rientrano bowls, ‘they seem to be for drinking’, che sono imitazioni cartaginesi di bowls, skyphoi e kotylai greco-geometriche).mansel_food_preparationL’Autore sottolinea che ‘Drinking bowls of Greek origin and their imitation in the Phoenician repertoire are very characteristic for Carthage and the Phoenician world’.
L’Autore analizza, poi, il vasellame per la preparazione del cibo, con forme aperte, lavorate al tornio, non-carenate (emisferiche) o coniche ad orlo spesso, nonché tripodi, a cui si affiancano forme peculiari, modellate a mano, che quando imitano forme al tornio se ne discostano quanto all’orlo.
‘A further group of open vessels, wich is typical for Carthage and the Western Phoenician settlements, are basins with broad bases and short slanted rim’ (Fig.2: 11-13), questi erano usati per cuocere il pane, come anche piatti rotondi, plasmati a mano, usati per cuocere pane non lievitato, con confronti dalla Sardegna nuragica, sebbene per la cottura quotidiana del pane si usavano forni, i tabouna-ovens.
Per la cottura dei cibi, invece, erano esclusivamente usati cooking pots, comuni nella Cartagine dell’VIII sec. a.C. ed in uso ancora nella prima metà del VII (come riscontrato in T1 room), (di forma sferica, monoansati, realizzati sia a mano che al tornio; lavorati a mano, invece, erano ‘cooking pot with a S-shaped profile and knobs’; sono attestate anche forme biansate di chiara derivazione levantina), in relazione a questo vasellame erano i relativi supporti (hand-made stand).
Altrettanto interessanti i risultati dell’analisi relativa a ‘storage vessels’, ceramica prevalentemente realizzata a mano, ed alle anfore da trasporto (con importazioni dal sud della Penisola Iberica 20%, dal Levante 12%, dalla Sardegna nuragica e dall’Italia centrale 2%, dall’Africa 8%), prodotte al tornio, con la peculiarità delle anfore dalla Sardegna nuragica e dall’Italia centrale che ‘have hand-made bodies and wheel-made rims’, e la cui elevata percentuale (circa 40%) negli strati di VIII secolo (come riscontrato nei layers dagli scavi all’incrocio tra il Decumanus Maximus ed il Cardo X, si veda al riguardo la nota 29 a pag.362) decresce sensibilmente intorno alla metà e dopo la metà del VII secolo.
Per quanto riguarda la produzione denominata storage vessels (small containers and large containers) l’Autore segnala le forme prodotte a mano (prevalentemente dotate di out-curving rim and two handles or large knobs; tra i piccoli contenitori vengono segnalate due forme dall’area tirrenica: una che presenta ‘a rim-situated horizontal handle’, vessel hand-made Thyrrenic 1,1; ed una forma, vessel hand-made Nuraghic 2, molto simile alla forma hand-made cooking pot, ma con una ‘lime wash on the inside up to the rim, which is typical of storage vessels and is a protection against vermin’) e quelle al tornio (tra cui, jars with two rim-situated handles; un pithos dal sud della Penisola Iberica a Cartagine).
I contenitori di liquidi sono, invece, prodotti localmente, con il solo 4.5% di importazioni dall’area Fenicio-Levantina, da Cipro, da Pitecusa e dalla Sardegna nuragica. Tra le forme: dipper juglets; trefoil oinochoes; mushroom jugs; vase à chardon; punic askoi; small bottles with thick walls, diffusi a Cartagine e nel mondo fenicio occidentale, di origini levantine, che dovevano contenere oli, ad esempio, di mirra, od essenze per scopi farmaceutici e cosmetici (Fig.7, pag.367).
Nell’ultimo e breve paragrafo, poi, dedicato a ‘Special Pottery’, suscita curiosità la forma di un ampio bacino (ovale o rettangolare) con la base perforata ‘probably used as a sieve’, ovviamente hand-made, ‘has no exact parallels to the basins known from the Phoenician world’.


Il contributo ‘Maltese Late Prehistoric Ceramic Sequence and Chronology: On-going problems’ (pagg.373-395) è a firma di Giulia Recchia (University of Foggia) ed Alberto Cazzella (‘La Sapienza’ University of Rome). Gli Autori, sulla scorta degli studi della ceramica preistorica rinvenuta nell’ambito delle Missioni archeologiche italiane 1963-1970 a Tas-Silġ, nonché degli esiti della più recente ripresa degli scavi, propongono qui ‘a short reconsideration of the Late Prehistoric chronological sequence (and especially of the Bronze Age), keeping in mind the suggestions arising from Tas-Silġ’ (Introduction).
Tas-Silġ: old and new data’ è una valida premessa all’insieme delle problematiche relative al sito in questione ed agli scavi ivi condotti, prima, da una Misssione italiana, negli anni 1963-1970 del secolo scorso, poi, negli anni ’90, dall’University of Malta (‘investigations in the southern part of the site’), e, di nuovo, da una Missione italiana (nel settore nord, dal 2003).
Punto di partenza è l’esame dei 2400 frammenti delle campagne del ’63-’70, con la precisazione che ‘The prehistoric finds from 1963-1970 excavations were found as residual materials in the historical layers’; di 48 di essi si sono eseguite analisi archeometriche, che hanno permesso di comporre un pattern delle varie fasi ceramiche della preistoria maltese (il diagramma a torta in Fig.1, pag.375, mostra una distribuzione percentuale cronologica delle produzioni ceramiche); sebbene, ‘This quantitative pattern barely mirrors the ancient situation because many factors can affect it…For exemple, the current exploration of the Early Bronze Age layers is giving a quantity of pottery of that period, greater than in the 1963-1970 excavations’.
Anche l’analisi spaziale della distribuzione della ceramica relativa alle varie fasi cronologiche, eseguita sui materiali dai vecchi scavi, dovrà essere integrata dai dati più recenti; il presente contributo, pertanto, per molti aspetti contingenti, si configura come work in progress.
Si passa, poi, all’esame delle strutture del settore Tas-Silġ North, un tempo considerate (negli anni ‘60) parte di un tempio megalitico, oggi, invece, ‘a complex set of structures linked to the cult (Fig.2), with both lobed and rectangular plans’, di cui si sono più approfonditamente indagati il Late Neolithic temple ed il sistema del doppio accesso ad esso, nonché i depositi archeologici preistorici nei settori presso l’ingresso orientale (Areas A,B,G,H) dove è ben documentata la fase Borġ in-Nadur, mentre è assente la fase Baħrija (the latest prehistoric phase); nonché ‘an in situ deposit relating to the Bronze Age occupation up to the Baħrija period’, nell’area occidentale del Tas-Silġ North.
Anche in corso di studio sono le evidenze (bioarcheologiche) da strati (disturbati) ‘directly placed upon the prehistoric layers’ potenzialmente forieri di interessanti informazioni circa le fasi di passaggio ‘from late prehistory to the early historical period (that is, to the Phoenician period)’.
In ‘The Late Neolithic’ si precisa che ‘The sanctuary of Tas-Silġ was founded probably in the Tarxien Phase’ (3000-2300 a.C., range proposto dai vari studiosi e suffragato da datazioni al radiocarbonio), sebbene, ulteriori possibili suddivisioni ‘in sub-phases within the Tarxien Period’ potrebbero scaturire dai vari stadi di ‘Late Neolithic building activity’ riscontrate a Tas-Silġ.
Gli Autori si propongono di effettuare Spatial Analysis sulla base dei ritrovamenti ceramici (‘the pottery ranges from finely incised and well-finished to the coarse examples’), al fine di mappare spazialmente i diversi tipi di attività svolti nel santuario.
In ‘The Early Bronze Age’ si esamina la fase di passaggio tra il Tardo Neolitico e la fase iniziale dell’Età del Bronzo, che Trump considerava ‘a break between them’, sebbene riscontrasse una continuità d’uso della classe ceramica Thermi ware dal Temple Period alla Tarxien Cemetery Phase (‘the bowl with thickened lip and decorated internally being the most typical element’).
Gli Autori si soffermano sulla classe ceramica Thermi ware, diffusa ad ampio raggio dal Mediterraneo orientale (‘Thermi in the Lesbos Island and Troy’) verso l’occidente: Dalmazia, Peloponneso, Italia meridionale e Sicilia sud-orientale; si ipotizza una diffusione in Sicilia ed a Malta a partire dal Peloponneso, dove essa comincia intorno al 2300 a.C.. ‘So the twenty-third to the twenty-second century is a probable date for the introduction of Thermi style pottery in Malta’, il cui uso iniziale era probabilmente contemporaneo alla fase finale del Tarxien Temple Period.
Gli scavi condotti dagli Autori a Tas-Silġ e le analisi al radiocarbonio chiariscono alcuni punti fondamentali, quali, ad esempio, l’uso ininterrotto delle strutture del Late Neolithic, e nella fase finale, un processo di trasformazioni sociali ed ideologiche ad opera di gruppi stranieri orientali o di sole idee provenienti dall’esterno, nonché la Thermi Phase, di breve periodo. Infine, si citano i dati dai nuovi scavi sull’Altis di Olimpia ‘where the pottery production that is closest to the Tarxien Cemetery examples … follows the Thermi like ware’; in Grecia ed a Malta la successione di questi stili ceramici corre parallela; affinità anche tra Malta e la Sicilia (quest’ultima con una funzione di intermediazione tra la Grecia e Malta), con Thermi ware da Ognina, Castelluccio e da altri siti; nonché Tarxien Cemetery pottery diffusa in molti siti siciliani; nonché nelle Eolie (Capo Graziano period).
Una nuova fase di contatti a lunga distanza comincia, poi, con i Micenei (XVII secolo a.C.) che vedono Malta tagliata fuori dalle rotte che dal Mediterraneo orientale giungono a Pantelleria, in Sicilia e nelle Eolie via coste nord-africane.
Gli argomenti fin qui trattati sono a firma di A.Cazzella; i seguenti a firma di G.Recchia.
The Late Bronze Age/First Iron Age’: lo scavo recente di depositi, in particolare, sul lato occidentale del santuario Tas-Silġ North ha rivelato sequenze stratigrafiche la cui analisi (in progress) permetterà di avere uno schema più preciso dei contesti ceramici della tarda Età del Bronzo o dell’Età del Bronzo Finale-inizi dell’Età del Ferro, sulla base delle quali formulare sequenze cronologiche e ricostruire fenomeni socio-economici; gli Autori accettano le cronologie già di Evans e Trump, e condividono la necessità di revisione di Sagona.
In particolare, dopo aver delineato in sintesi lo schema, suddiviso in fasi, di Trump (Evans e Trump sulla base dei dati dagli insediamenti di Borġ in-Nadur e Baħrija, nonché da altre evidenze, quale ad esempio, Mtarfa Pit, suddivisero in sub-phases Borġ in-Nadur e Baħrija periods, caratterizzate da determinati tipi ceramici: II B 1 -red-slipped lightly burnished pottery often decorated by incised lines-, II B 2 -pottery decorated by multiple zig-zag incised lines and T-handles-, corrispondenti al Late Bronze Age; II B 3 -fine dark ceramics, decoration are incised including simple geometrical motifs- corrispondente al Baħrija period), precisano che i livelli scavati, più recentemente, a Tas-Silġ North ‘will be used to better clarify in greater detail both the chronological sequences and characteristics of ceramic assemblages of each specific phase’, anche in questo caso, però, si tratta di analisi in progress.
Al fine di desumere una più precisa cronologia della preistoria maltese, gli Autori rivolgono lo sguardo ai contesti siciliani ‘at the moment it is the presence of Late Bronze Age/Early Iron Age Maltese ceramics in some Sicilian archaeological context that may give us the possibility to better define the Maltese chronological sequence’, prendendo in esame le fasi dell’Età del Bronzo in Sicilia (media, tarda e finale), basate sulla Thapsos culture (necropoli ed insediamento).
Punto di partenza la suddivisione in fasi di Voza della Thapsos culture (Thapsos culture Phase 1, Middle Bronze Age, dalla seconda metà del XV al XIV secolo a.C., corrispondente alla building Phase 1, caratterizzata da capanne circolari; Thapsos culture Phase 2, Late Bronze Age, XIII-XII secolo, building Phase 2, caratterizzata da edifici rettangolari nell’area centrale dell’insediamento di Thapsos, complessi A e B; Cassible culture, Final Bronze Age, XI-IX secolo, corrispondente alla building Phase 3, con edifici rettangolari ma di forma molto semplice, complesso C, e ceramica piumata), rivista, più recentemente da Alberti e Tanasi, che considerano le Fasi 1 e 2 di Voza come appartenenti entrambe alla Media Età del Bronzo (metà XV-inizi XIII a.C.) con le due tipologie abitative, coeve, con un periodo di abbandono dell’insediamento nella Tarda Età del Bronzo (Cultura di Pantalica) ed una rioccupazione nel Bronzo Finale (Cultura di Cassibile).
I due studiosi esaminano anche i materiali ceramici micenei (dal LH IIIAI al LH IIIB 1) presenti nelle tombe della cultura di Thapsos, associati a ceramica maltese (‘As Maltese Borġ in-Nadur pottery occurred in these tombs too, Tanasi assigned some Maltese types to each phase of the Thapsos culture’), a supporto di una suddivisione in tre fasi della Thapsos culture.
Gli Autori non condividono la valenza datante della ceramica micenea nel contesto di tombe collettive, quindi, riutilizzate e dove la ceramica può essere stata collocata a più riprese ed in momenti diversi: ‘Thus, we cannot consider as valid the dates obtained by the Mycenean vessels for the whole context’; per quanto riguarda l’insediamento, sostanzialmente gli Autori propendono per la continuità nell’insediamento di Thapsos già sostenuta da Voza, non individuando elementi chiaramente probatori a supporto di una fase di abbandono ‘Cogent clues concerning a period of abandonment of the site suggested by Alberti and Tanasi are lacking’; segue l’analisi della ceramica maltese dall’insediamento di Thapsos in linea con la sequenza di occupazione di Voza e con la sequenza cronologica di Trump.
‘On the whole, as far as the Borġ in-Nadur Period is concerned, we may assume it developed almost in parallel with the Middle and Late Sicilian Bronze Age…The Thapsos sequence suggests a possibile chronological differentiation exists within the Borġ in-Nadur Period, but how do we make out the internal phases of this period?’
Più recentemente Sagona rivede la ‘Late Bronze Age Maltese sequence’ di Trump, nonchè la cronologia della ceramica, in particolare, dalla capanna 2 di Borġ in-Nadur: ‘She has proposed that the dating of the ceramic assemblage found on the floor of Hut 2 could be shifted to Tarxian Cemetery Period, on the basis of the similarities’; proposta che non convince completamente gli Autori ‘we are inclined to agree with Trump dating these vessels to a later phase, wich we prefer to name Baħrija’, … ‘in any case, Sagona, has rightly noticed the abandonment level of Hut 1 lies over the deposit of Hut 2’.
Gli Autori notano una certa coerenza tra l’evidenza di Thapsos e le fasi II B 1 e II B 2 di Trump, sebbene essi ritengano alquanto ambiguo il concetto di ‘fase’ usato da Trump per definire insieme aspetti cronologici e tecnico-stilistici della ceramica, segnalando la possibilità di coesistenza di stili diversi: ‘In fact, in late prehistoric ceramic assemblages, the combination of fine well-finished pottery and coarse wares … is usual’; pertanto, eccessiva sembra la suddivisione in II B 1 e II B 2, e relative differenze stilistiche della ceramica, intesa come variazione cronologica.
‘The problem still remains open -the investigation of the chronological type-markers need reconsidering on the basis of further stratigraphic associations and radiocarbon dates as Sagona has already noted. New useful data will come out not only from the Tas-Silġ North sequence analysis or from Tas-Silġ South from the University of Malta’s research, but also from the recent investigations by the Maltese Superintendence of Cultural Heritage’.
Infine, la presenza a Malta (negli insediamenti di Borġ in-Nadur e Baħrija) di ceramica Thapsos-Milazzese, evidenza non solo di allineamenti cronologici, ma di relazioni socio-economiche tra Malta e la Sicilia.
Un punto, invece, su cui molti studiosi convergono (nonostante piccole divergenze di opinione esistano circa l’inizio del Thapsos building Phase 3, e la ceramica Maltese type dark surface), è la contemporaneità tra le fasi II B 3 e II C di Trump e l’Età del Bronzo Finale siciliana (cultura di Cassibile); sebbene gli Autori preferiscano, alla ‘double alphanumeric label’ di Trump, il nome di Baħrija, fase che può collocarsi tra l’XI e l’VIII secolo a.C., ‘when the first contact with the Phoenician seafarers happened’.
In ‘Concluding Remarks’ si offre una efficace sintesi delle problematiche relative sia al Late Neolithic ed, in particolare, alla fase di passaggio all’Età del Bronzo, sia al Late Bronze Age e Final Bronze Age/Early Iron Age. Primi dati, sebbene parziali e da integrare con ulteriori e più complete analisi archeometriche, confermano una continuità nella tecnologia ceramica (‘in the selection of tempers, firing processes’) tra Late Neolithic ed Early Bronze Age e nei periodi successivi. Analisi condotte su campioni di Thermi ware recuperati nell’ambito degli scavi di Tas-Silġ South hanno provato che trattasi di produzioni locali; le influenze esterne hanno agito esclusivamente sul repertorio stilistico della ceramica.
L’Autore ‘bearing in mind chronological suggestions from Aegean contexts and the Tas-Silġ North stratighraphic evidence’, propone i seguenti step:

  • XXIII-XXII inizia la produzione di Thermi ware ‘but Tarxien style pottery was possibly still in use’
  • XXII-XXI era ampiamente in uso Tarxien Cemetery Pottery, la Thermi ware era ancora prodotta, a meno che i frammenti recuperati in questi layers non siano da considerare come residui
  • XX-XV caratterizzati solo da Tarxien Cemetery Pottery

Per i problemi relativi al Late Bronze Age e Final Bronze Age/Early Iron Age, l’Autore auspica una più ampia revisione di alcuni siti-chiave siciliani, e la ceramica maltese dai medesimi contesti (tombe ed insediamenti). Infine ‘a clear distinction between the Maltese Late Bronze Age products and the Final Bronze Age/Early Iron Age industry may be made, as Trump has already suggested’:

  • Borġ in-Nadur (Late Bronze Age, Trump’s II B 1 and II B 2), tardo XV-XII sec. caratterizzato da light red and dark red slipped pottery, con differenti decorazioni incise e coarse ware
  • Baħrija (Final Bronze Age and First Iron Age, Trump’s period II B 3 e II C), XI-VIII sec., caratterizzato da black pottery, excised decorations, geometric painted decorations and corse products.









In ‘Observations on the Late Bronze Age and Phoenician-Punic Pottery in Malta’ (pagg.397-432), a firma di Claudia Sagona (Centre for Classics and Archaeology, The University of Melbourne), si analizza il contesto dell’Arcipelago maltese, situato lungo la traiettoria delle più importanti rotte marittime est-ovest che ‘would appear to have attracted Levantine -Phoenician- settlers from an early date’.
L’Autore, basando l’analisi sulla produzione ceramica rinvenuta nei recenti scavi di centinaia di tombe fenicio-puniche (Sagona 2002) cui si può attribuire una precisa cronologia relativa (grazie alla presenza di oggetti-chiave, ad esempio, ceramica greca), intende mettere a fuoco questa più antica interfaccia di contatto ‘when east met west on the island’ (‘Melitan Period of Malta’): ‘I have argued that there is enough evidence to indicate that Malta experienced contact from the western Mediterranean well before systematic settlement -a Phoenician colonisation, or a ‘colonial period’- took place’, sebbene altri studiosi osservino un coinvolgimento dell’Arcipelago maltese in una fase più tarda ‘in the Phoenician westward movement’.
Alle pagg.405-406 una eloquente tabella comparativa ‘Bronze Age and Melitan Period Sequence in Malta’ (con ordine cronologico decrescente: dal Tarxien Cemetery II A al Melita VI) che, per il Cultural Period Bronze Age, utilizza ‘Sicilian Comparisons’, come proposte in Tanasi 2008 (Castelluccio, Thapsos, Pantalica).
Il capitolo ‘The Bronze Age repertoire before Phoenician contact’ inizia con una precisazione circa i frammenti ceramici recuperati sul pavimento della capanna 2 (scavi Trump nel type-site Borġ in-Nadur, sito eponimo) che attribuiti al ‘late Borġ in-Nadur (II B 3)’, invece, ‘may have more to do with the declining Tarxien Cemetery period’, pertanto, esulano dall’argomento riguardante più strettamente la fase di contatto o quella immediatamente precedente.
L’Autore ritiene, pertanto, opportuno partire dall’analisi (ware and shape) della ceramica Borġ in-Nadur II B 1 (precisando che Borġ in-Nadur II B 2 ‘might be classed as Middle to Late Borġ in-Nadur as well as Baħrija pottery repertoires’); sempre fatta a mano, ‘often red-slipped and burnished inside and out’, con vernice, talvolta, annerita o per il processo di cottura o a causa dell’uso; in sezione ‘dark grey to black medium coarse clay’; decorazione lineare incisa profonda, ‘clusters of three to four lines’ chiuse da un puntinato, linee orizzontali al di sotto dell’orlo e oblique sulla parete, riempite di pasta bianca; motivi che cessano negli anni finali del II B 2, ‘the Late Borġ in-Nadur Period’ (‘Mtarfa pit evidence’).
Il repertorio formale contempla forme coniche e biconiche, con anse sormontanti, o in forma di T (T-shaped handle); esemplari più tardi di brocche (jugs) sono indicate come ‘gourd-shaped’.
Periodo attestato anche nei siti di Tas-Silġ e Għar Mirdum grazie a recenti ritrovamenti.
L’Autore, pertanto, sottolinea che trattasi di una fase (Borġ in-Nadur Period II B 1) anteriore ai primi contatti del mondo fenicio col Mediterrano centrale, contatti che, invece, cominciano ad essere attestati nel Late Borġ in-Nadur Period: ‘Instead traces of the Late Borġ in-Nadur wares -shape, fabric and technique- can be identified among the earliest Melitan, Phoenician period tombs’.
L’Autore esamina, poi, il caso di Għar Mirdum, ‘a time capsule for the Early Borġ in-Nadur Period on the island’, ‘a cave site’ nel sud dell’isola, sigillato dal crollo della volta, solo sommariamente indagato dagli speleologi nel 1965, con l’assistenza di F. S. Mallia (Curator of Archaeology, National Museum of Archaeology), che ha restituito ceramica del periodo II B 1, sebbene i livelli superiori abbiano restituito ceramica punica, ‘that may be the remains of a cremation burial’, inquadrabile, stando alla descrizione delle forme, nel Melitan Punic Phase IV.
Tra la ceramica dell’Età del bronzo, Mallia riconobbe anche ‘three imported sherds that were identified as Castelluccio painted ware’, che, nel caso in cui lo scavatore si riferiva all’Early Bronze Age, i frammenti ceramici della cultura di Castelluccio sarebbero da considerarsi contemporanei al Tarxien Cemetery Period di Malta; l’Autore propende per un riesame dei frammenti in questione, di cui almeno uno sarebbe stato, invece, interpretato come Miceneo, tuttavia,‘equally pointing to an early date for the material’.
Altra forma, sempre da Għar Mirdum, oggetto di più specifica analisi formale e cronologica (Fig.5:1, pag.409), ‘a pedestalled cup or lamp that appears to have had a handle from the rim (probably spanning down to the foot of the vessel)’, molto simile alla forma ritrovata nella ‘Hut 2 at Borġ in-Nadur’ (Trump’s II B 3), ma che l’Autore propone di riassegnare agli anni finali del Tarxien Cemetery Period. ‘A link between the Early Borġ in-Nadur and Tarxian Cemetery folks was mooted by Trump in his discussion of the site’s cultural artefacts that were present within the settlement walls of Borġ in-Nadur’. Quanto alla forma suddetta Tanasi la allinea, nell’ambito del Middle Bronze Age della Sicilia, alla fase Thapsos II (TE IIIA2) 1400/1380 - 1310/1250 a.C., con un solo frammento, ora perduto, dagli scavi Orsi (tomba 1).
L’Autore precisa che la cronologia del sito di Għar Mirdum ‘within the Early Borġ in-Nadur’ è dovuta anche ad ‘an apparent lack of Late Borġ in-Nadur’; la ceramica, difatti, subisce una evoluzione, elementi plastici applicati (barre e crescenti) sostituiscono progressivamente i clusters di linee incise ed il puntinato, caratterizzando ‘a later phase of development’ (Fig.6: 2,3); così come nel trattamento della red slip ware diventa meno comune il ‘burnishing’.
Altri dati da un contesto sigillato a Tas-Silġ (scavi dell’University of Malta) con frammenti di ceramica micenea IIIB (1330-1200), associati a ceramica Borġ in-Nadur II B 1, con ‘red slipped burnished variety’, nonché White Gritty Ware, che era la ‘domestic cooking ware’ dell’epoca, ed altri frammenti di ‘coarse storage vessels’; assenza, invece, di ‘red slip ware (Chalky Reddish Yellow Ware) of the Late Borġ in-Nadur period’. Le evidenze materiali, inoltre, non permettono di confermare l’esistenza di una occupazione a mezzo di una struttura templare, come era uso da parte di ‘Phoenician settlers’, della collina di Tas-Silġ, né di un insediamento.
Altro contesto significativo ‘with material from Baħrija is Trump’s II C repertoire with its traits that do reflect Late Borġ in-Nadur shapes as defined by a pottery cache found at another site, Mtarfa pit found nel 1939’. La forma miniaturistica di tazza monoansata, con ansa ad anello e bugne sulle spalle, precorre una morfologia presente ‘in early Melitan Phoenician tombs’.sagona_miniature_pot
In conclusione i contesti di Għar Mirdum e Mtarfa pit rappresentano il floruit e le fasi finali del Borġ in-Nadur period, più di quanto questo non sia rappresentato nel sito eponimo stesso.
Nel capitolo ‘The pottery repertoire during the Bronze Age-Phoenician Interface period’ l’Autore analizza alcuni tipi di pottery ware (e relative implicazioni) sintomatiche di quella delicatissima interfaccia di contatto degli anni finali dell’Età del Bronzo.
Il contesto, oggetto di analisi, è il Mtarfa pit, espressione del Late Borġ in-Nadur, ‘with the intriguing addition of a double nozzled lamp in the Phoenician tradition’; elemento di novità già osservato e correttamente interpretato dal Ward Perkins negli anni 1938-39, per, poi, essere dallo stesso ridimensionato qualche anno dopo; l’impasto di questa tipica lucerna fenico-punica trova confronti con la Chalky Reddish Yellow Ware (hand-made), attestata in ‘Mtarfa pit’, tipico materiale del Late Borġ in-Nadur (l’Autore interpreta questa ware come espressione delle popolazioni indigene sebbene influenzata dalle nuove forme used by foreign traders and settlers pagg.416 e 417 that mimic Levantine forms), caratterizzata da una superficie matta reddish yellow erosa e polverosa al tatto e dark clay at the core in brownish grey hue and surfaces fire to reddish colour suggesting firing techniques, talvolta, slipped in reddish clay that is mottled.
Le forme sono large jars, lids with finger impressed pie-crust edge, bowls, a round-bodied jug with tall neck swelling in the centre (tutte rappresentate in Fig.3).
Altro materiale riscontrato nel Mtarfa pit è a thin walled and hard-fired pottery type decorata da linee incise a zig-zag sulle spalle, dal disegno alquanto sommario, già notato a Tas-Silġ e Borġ in-Nadur, di cui l’Autore dice che ‘from the sherds found the Mtarfa pit, we can argue that this thin-walled variant was still being produced in the closing years of the Borġ in-Nadur’; essa è assegnata da Marray e Trump alla Phase II B 2 di Borġ in-Nadur ed è assente dalla SU 2169 a Tas-Silġ, SU caratterizzata ‘by the earlier Borġ in-Nadur Slipped Ware’ la cui datazione è suffragata da importazioni egee (del Miceneo IIIB) che permette di collocare il contesto al XIII secolo; pertanto, l’Autore suggerisce che ‘the Borġ in-Nadur thin-walled variant in fact emerged during the II B 2 phase, a phase that could be referred to as the Middle Borġ in-Nadur period, e, data la scarsa evidenza nelle tombe fenicio-puniche di Malta, ‘we can assume that it was not a common product within Late Borġ in-Nadur’.
Quanto alle importazioni di red slipped ware (wheel made) dall’Oriente Levantino (‘wide rimmed plates, conical necked jugs that would have trefoil rims, and bulbous bodies and bowls with everted rims’), sebbene, in modeste quantità, esse sono state recuperate a Tas-Silġ (identificate da Núñez Calvo come tipica ceramica da Tiro), mentre Vives-Ferrandiz per la particolare forma, non indigena, wide-rimmed plates (in Spagna) ha ipotizzato un mutamento di consuetudini alimentari.
I corredi funerari ampliano il range delle forme; tra esse ‘disc topped (neck ridge) jugs’ (Fig.7:14), varianti delle ‘so-called mushroom-topped jugs’, ‘calling card of the Phoenicians’, come definite da Bikai (1978), tipiche nei corredi funerari; piatti ad ampio orlo, vasca profonda e separata da una pronunciata risega; ‘large and baggy urns’; nonché lucerne profonde con pareti spesse a 2 becchi.
Oltre alla Chalky Reddish Yellow Ware è attestata in questa fase una Hand-Made Pink Buff Ware: bowls, trays, pans (Fig.7:4,5), vasellame di uso domestico attestato a Tas-Silġ ma assente nei contesti funerari; fenomeni di hybridisation si riscontrano, poi, nella forma wide rimmed vessel, ma, hand-made, e in bowls with everted rims, ma con vernice pale brown invece che red slip. Fase questa di contatti pre-coloniali, sebbene, a Malta, i corredi funerari (archaic Melitan Phase I), diversamente da altri contesti (Spagna, Sardegna, Sicilia, e nord-Africa), sono privi di oggetti importati dall’Oriente levantino, è tuttavia attestata una produzione locale di forme tipicamente fenicie.
L’Autore dopo avere esaminato ‘the pottery repertoire in the interface period’, analizza nel capitolo seguente ‘Aspects of the local pottery repertoire after phoenician colonisation’, il repertorio ceramico a Malta alla luce dei new cultural trends, che innescano cambiamenti culturali e relativa produzione di innovative forme ceramiche (tripod bowls, small oil flask, trefoil-mouthed jugs, disc or mushroom-topped jug, incense burners, lamps); un esempio può essere la forma di tazza aperta, ampia e, talvolta, con omphalos al centro, con decorazione dipinta ad imitazione degli intrecci di vimini (Fig.8:6,7), che, se risente, per certi aspetti, di prodotti indigeni, riecheggia, quanto alla forma, influenze straniere; nonché la tazza monoansata che prodotta a mano, inizialmente (Fig.8:2,3), sembra, poi, essere realizzata al tornio (Fig.8:4,5).
Ulteriori dati provengono da una tomba trovata a Mellieħa (Fig.7 pag.412) che sicuramente ospitava un ‘foreign settler or someone with very firm links to the homeland’, il cui corredo ceramico presenta stringenti confronti con sepolture della madrepatria, Tyre Al-Bass (Period IV, inquadrabile tra la seconda metà dell’VIII sec. e gli inizi del VII a.C.).
In particolare, l’urna cineraria e relativa disc top jug (l’urna rientra nel Local Craters group, Subtype Cr F1f di Núñez Calvo, databile al Period IV di Tyr Al-Bass, e sembra essere un adattamento di una forma micenea); la brocca, neck-ridge jug, a vernice rossa, con orlo a disco ‘rather square cut and angular at the edge’ manca dei filetti dipinti nella zona superiore del collo, presenti, invece, a Tiro; la piriform jug (Fig.7:7) trova analogo confronto da Tiro Al-Bass.
Le bowls dalla tomba di Mellieħa trovano confronto con le forme CP 6a e CP 2b (secondo la classificazione di Núñez Calvo), nonché con la CP5 category di Tiro Al-Bass, tutte ricadenti nel Period IV (Iron Age II) databile dalla seconda metà dell’VIII agli inizi del VII a.C..
Altra forma interessante ‘the single-nozzle form is otherwise better represented (although not in great number) in other early Phoenician settlements in the central and western Mediterranean and was certainly the preferred form in the Levantine homeland’, con confronti dallo Stratum X agli Strata II-III dell’abitato di Tiro e non dalla necropoli, forma, poi, affiancata dalle double-nozzled lamps, deposta a Malta in modo consistente nelle tombe (con forme che decrescono nel tempo in termini di capacità e dimensione: Fig.9:1-7). L’Autore, inoltre, afferma che ‘I have argued elswhere that the twin nozzles embodied a symbolic value in connection with funerary practice, certainly in Malta…the particular pottery combination of lamp, cover plate and urn satisfied a desire to create a three-dimensional representation of the enigmatic Tanit sign (Fig.9:12)’.
Infine, la forma ‘small one-handled pot with opposing knob on the shoulder’ risalente all’Età del Bronzo, rappresenta ‘a common shape in the early tombs of the first millennium…it provides a valuable link between cultures’. ‘Culican made the following comments in regard to the origins of the small handled pot -I am inclined to see, in Malta at least, the genesis of the knobbed cooking pot as either specifically local or stemming from an African per-Phoenician tradition-‘.
Forme nuove introdotte dagli immigranti (in certi casi con un breve ciclo di vita) finalizzate ad assolvere a nuove esigenze funzionali e rituali che si affermano progressivamente (tripod bowl che appaiono contemporaneamente ad oil bottles nei contesti funerari per la preparazione di unguenti o medicamenti, o come ‘Vives-Ferrandiz suggests a fundamental change in “patterns of consumption” to include, for instance, wine’ ipotesi confortata dall’associazione del tripod bowl con le anfore; nonché ‘tall necked beaker’, cd. vase à chardon, forma nuova che non si riscontra nel repertorio preistorico maltese, ma a cui viene data un impronta locale mediante la decorazione pittorica che imita ‘basket pattern’), forme indigene ma realizzate con nuove tecnologie, evidenze materiali tutte foriere di trasformazioni culturali.
In ‘Established phoenician-punic pottery repertoire’ l’Autore puntualizza gli aspetti salienti del repertorio ceramico nei periodi successivi alla fase dei contatti pre-coloniali ed a quella dell’arrivo dei coloni fenici fino allo sviluppo di una Melitan Punic society, che vede nell’ambito della produzione ceramica gradi di sperimentazione e adattamento fino ad arrivare al gruppo omogeneo ed ampio della Crisp Ware, con sottocategorie (sub-category Coarse Grey Ware, wheel-made, con forme, attestate nei corredi funerari del Melitan Late Phase I-Phase II, quali large storage jars, jugs with wide necks and trefoil rims, bowls with near vertical rims and off-set carinated profiles; red slipped were replaced by very pale yellowish grey to grey slip matt).
Altre fabrics vengono considerate stadi sperimentali in direzione della Crisp Ware, che viene definita ‘the hallmark of the Melitan Punic Period’: White Gritty Ware; Biscuit Ware.
‘Bichrome, polichrome and black paint’ diventano quasi inesistenti nel repertorio maltese.
La Crisp Ware non è facile da classificare assumendo essa molti diversificati aspetti: l’argilla varia dal grigio (under-fired) al rosso pallido e fino al rosso scuro, ma può assumere anche un colore verde brillante o grigio bluastro, l’impasto è coarse clay con inclusi: granelli di sabbia, inclusi neri lucenti, frammenti di gusci, ‘Vessels are hard-fired and have a crisp clink when topped’; la superficie è slipped, o self-slipped, lo strato coprente, più o meno sottile, è smoothed; nel tardo Melitan Phase III Period è spesso burnished, quando applicata a coppe, tazze e lucerne (sotto-categoria Thick-Slipped Ware); il colore varia da pale greyish yellow, pale yellow, pinks to red; eccetto la Thick-Slipped Ware, la superficie, di solito, è opaca, con bande rosse dipinte al tornio.
Le forme subiscono una contrazione nella Melitan Phase II per, poi, espandersi di nuovo nelle fasi III e IV. Nell’ambito del corredo funerario si individua un ‘basic shape range’ (‘large jars or urns, wide necked jugs with trefoil lip, bowls…, wide-rimmed plates, two-handled cups modelled on Greek forms, lamps with their twin nozzles’), spariscono dal repertorio i ‘thistle-headed beakers’, tripod bowls, small bulbous oil flasks.

 



Il contributo scientifico ‘Typological and Morphological remarks upon some vessels in the repertoire of Pottery in Punic Malta’ (pagg.433-450) è a firma di Alessandro Quercia (Superintendence of Archaeological Heritage of Piemonte and Museum of Egyptian Antiquities, Italy).
L’Autore, dopo una sintetica rassegna degli studi sulla ceramica punica di Malta (Caruana, Mayr, e Zammit; Baldacchino; Ciasca; e più recentemente, Pablo Vidal González; Claudia Sagona), propone un’analisi tipologica e cronologica di alcune morfologie (plates, cups, bowls, small plates and small cups), da tombe e da contesti sacri, del repertorio punico maltese tra V e I sec. a.C..
L’Autore prende in esame 8 tipi della forma ‘plate’, caratterizzati da un’ampia tesa, di nuova introduzione nel repertorio maltese (Fig.1, pag.436), in Red Slip Ware, classe ceramica già ampiamente diffusa tra l’VIII ed il VI sec.a.C..
Il tipo 1 è caratterizzato da una tesa con orlo arrotondato (proviene dal contesto di Tas-Silġ, dove appare nel V sec. a.C., ma anche da contesti funerari datati tra 510 e 300 a.C.; piatti simili da Cartagine, dalla Sardegna, da Jardin); il tipo 2 con tesa con orlo indistinto o appiattito (molto comune nel contesto di Tas-Silġ tra il IV e la prima metà del III sec. a.C.; in ambito funerario si riscontra tra il 410 ed il 300 a.C.); il tipo 3 presenta un assottigliamento dell’orlo e vasca più piccola e profonda (Sagona colloca la prima apparizione del piatto nei contesti funerari maltesi del VI sec.; ma il tipo è attestato anche in seguito dal III a.C. al I d.C.; molti paralleli da contesti della Sardegna di V e IV secolo a.C.; il tipo, tra V e III sec. a.C., presenta una decorazione a bande concentriche in rosso o porpora sulla superficie verniciata della tesa; secondo alcuni studiosi sarebbe stato modellato ‘on fish-plates of Greek or South-Italian production’, ma c’è anche chi sostiene un’origine punica della forma greca che, poi, di rimando, avrebbe determinato ‘un’influenza di ritorno sulla produzione punica’); il tipo 4 con estremità indistinta e curvilinea (è forse già introdotto nel IV sec. a.C., trova paralleli da Cartagine, dalla Sardegna, da Leptis Magna); il tipo 5 ‘with a thinner and longer wall and an offset rim’; il tipo 6, ad orlo ispessito, presenta un semplice solco al posto della depressione centrale; il tipo 7 ad orlo pendulo e sezione triangolare; nel tipo 8, invece, il solco scompare ed il piatto assume quasi la forma di una tazza.
L’Autore passa, poi, all’analisi della forma ‘cup’, differenziando anche qui 8 tipi (Fig.2:1-8): i tipi 1 e 2 sono emisferici ad orlo assottigliato, con o senza anse orizzontali a sezione rotonda, con superficie ‘red polished clay’, o ‘creamy and pinkish white slip…the internal surface can be decorated by thin concentric, red or purple bands’; presenti sia nei contesti funerari sin dalla fine del V sec. a.C., e più frequentemente nei secoli V e IV, che nei depositi votivi di Tas-Silġ; per Antonia Ciasca tale morfologia è modellata a partire da modelli greci a vernice nera, mentre il trattamento della superficie segue la tradizione maltese; il tipo 3, ad orlo assottigliato, vasca profonda e base piatta, privo di decorazione a bande, sulla scia della tradizione formale punica (A. Ciasca individuava, invece, possibili confronti con le forme della vernice nera di V-IV sec. dalla Grecia), attestato a Tas-Silġ, ma assente nei contesti funerari; i tipi 4 e 5 (ad orlo ispessito, il 4, con confronti da Cartagine, Nora e Mozia; assottigliato ed incurvato verso l’interno, il 5) diffusi tra V e III secolo a.C., dipendono da modelli greci; i tipi 6-8, coppe tronco-coniche con pareti espanse, a base piatta o indistinta, assenza di ‘evenly polished slip’, sono i più diffusi nei depositi di Tas-Silġ tra II e I a.C..
Segue l’analisi della forma ‘bowls’ (di cui il tipo più comune è quello carenato, tipicamente fenicio, presente in Malta sin dall’VIII secolo, appartiene alla ‘Reddish Yellow Gritty Ware’, la superficie è ‘red slip or red bands painted on a pale slip’; il repertorio evolve con varianti nei secoli successivi e differente trattamento delle superfici: ‘characterised by a thick and uniform pink or yellow slip’).
Seguono l’esame di ‘small paltes and small cups’ e le ‘Conclusions’, in cui si ribadisce la peculiarità della ceramica maltese, la possibile derivazione di forme da modelli greci, i patterns relativi alla distribuzione delle forme (in relazione ai contesti).

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