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A roman villa by Lake Nemi. The Finds
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Nel capitolo An Introduction to the finds (pag.22), Mette Moltesen & Birte Poulsen segnalano la presenza di circa 20 frammenti di Pompeian Red Ware; la particolare classe di CW è, poi, analizzata in dettaglio da Birte Poulsen (pagg.117-122). Si tratta di una produzione (II a.C. e I d.C.; ma attestata anche nel II d.C. e fino agli inizi del III) esportata in tutte le province romane da diversi centri di produzione (Etruria, Lazio, Baia di Napoli).
Nel catalogo sono individuate Fabric 1, 2, 3 e due differenti modi di trattamento della superficie (a,b); le morfologie si allineano a Goudineau Type 28-31, ad orlo rientrante, pareti convesse e fondo piano (Bands and lines on exterior below rim; Flat bases with concentric grooves); Type 13 (?), ampio diametro con orlo orizzontale estroflesso (tardo II a.C.-età flavia); Type 1, con orlo ispessito, quasi a mandorla (metà II a.C.-età augustea).

Louise Mejer tratta la classe ceramica Thin-Walled Ware (pagg.123-149) che, come definita dall’Autore, è wheel-made tableware; ceramica a pareti molto sottili che col passar del tempo diventano più spesse, con superficie spesso di lucentezza metallica, ed usata principalmente per scopi potori; produzione nata nell’Italia settentrionale a partire dal secondo quarto del II sec. a.C.., poi, in uso fino al III sec. d.C. con numerosi centri di produzione nel Mediterraneo occidentale. Essa si è rinvenuta in tutta l’area di scavo, in particolare, nella Trincea CI.
In base alle caratteristiche degli impasti ed al trattamento della superficie l’Autore riconosce 10 Fabric. Quanto alle forme (e relative varianti), esse sono organizzate in:
situlae
(per questa forma si segue la suddivisione di Guldager Bilde -CP Form 1- Forms 1a-1g; la Form 1a non è attestata tra i materiali di Nemi; si tratta della situla fusiforme con fondo piano o lievemente concavo ed orlo verticale, o leggermente svasato o incurvato, forma che si attesta tra il II sec. a.C. e gli inizi del I d.C.);
mugs
(Form 1 -CP Form 3, con i sottogruppi 3a-3f- i sottogruppi della Form 1 attestati a Nemi sono 1B, 1C, 1D, 1F; si tratta di una forma ovoide con spalle arrotondate e base piana, in pieno sviluppo nel I a.C., la Form 1C presenta una sottile carenatura a circa 1 cm. al di sotto dell’orlo; la Form 2, suddivisa in 2A, 2B, 2C, corrisponde alla -CP Form 4, 4a-4c- forma ovoide, probabilmente senza anse, diffusa in età traianea ed adrianea; la Form 3, con orlo arrotondato verso l’esterno, parete piuttosto diritta, solco poco al di sotto del labbro, in alcuni casi, con decorazione alla barbottina col motivo di squame di strobili; la Form 4 -CP Form 5- databile agli inizi del I d.C. è attestata a Nemi con due soli orli e quattro frammenti di corpo decorato con scalfitture a punta di diamante; la Form 5 -CP Form 6- generalmente datata al I sec.d.C. ha forma a sacco, monoansata, orlo estroflesso, i frammenti recuperati sono inquadrati nei seguenti sottogruppi Form 5A, B, C, D; vengono, poi, registrati frammenti di fondi per i quali la difficoltà di inquadrarli in una ben determinata forma ha fatto preferire una classificazione ibrida tra le Form 2/5).
Seguono, poi, bowls, cups; beakers; miniature vessels; miscellaneous forms; various pitchers; handles; various handles.
Il capitolo termina, come per ogni altra classe di materiali, con la bibliografia (essenziale) e le tavole dei profili morfologici.

A pag.151 inizia un altro consistente capitolo, a firma di Ria Berg, sulla Terra Sigillata; i frammenti analizzati, che costituiscono solo una parte, significativa, di quelli recuperati, vengono cronologicamente inquadrati (essi rinviano a produzioni aretine, orientali, sud galliche e tardo-italiche decorate a matrice che vanno dagli inizi dell’età augustea a tutto il I secolo d.C.).
Gli impasti e relative vernici (suddivisi in 13 Fabrics) permettono di distinguere produzioni italiche (Fabrics 1-4), orientali (Fabrics 6-8, 12; Fabric 5 Aegean-Ionian Eastern Sigillata B), sud-galliche (Fabric 11 is most probably Southern Gaulish).
L’Autore delinea, nel paragrafo (pagg.153-154), Forms and Chronology, ed in quello successivo Stamps, l’ambito formale-cronologico (sulla base del Conspectus Formarum Terrae Sigillatae italico modo confectae, Bonn 1990, si distinguono le seguenti forme: CF Form 1, 3, 4, 7, 12, 13, 17, 18, 20, 21, 22, 23, 26, 27, 32, 33, 34, 36, 37, 52; nonché sulla base di Hayes) e produttivo, mediante i bolli, quadrangolari, ovale ed in planta pedis, relativi ad officine aretine, pisane e loro filiali (P HE, P CLOD PROC, CN AT, METELI, CAMUR ecc., qui ci si allinea, ovviamente, ad Oxé, Comfort & Kenrick 2000).
Quanto ai reperti, essi sono suddivisi non in base alla cronologia, ma in base alle forme, sebbene per ogni reperto L’Autore ne indichi anche la cronologia (con forme della prima età augustea: CF Form 1, platter or plate with sloping wall and plain rim, forma che appare tra il 40-15 a.C.; CF Form 4, 7, 13, 17, 18 ecc. inquadrabili nella media e tarda età augustea, nonchè tiberiana; CF Form 26 della prima metà del I secolo d.C.; CF Form 3, metà-seconda metà I secolo d.C.; nonché, tra le altre, due coppe tipo Dragendorff 29 (Cat.124,126, Fabric 11, Most probably a Gaulish fabric), di età neroniano-flavia, comprese nella sezione “Various vessels with mould-made relief decoration” che trovano confronti con analoghi reperti, integri, da Pompei.

Dopo un breve capitolo relativo a tre frammentini di Lead-glazed Ware, a firma di Birte Poulsen, seguono i più consistenti argomenti relativi a Plain Ware, a firma di Kristine Bøggild Johannsen, Transport Amphorae, di Kristine Bülow Clausen, Dolia and other large vessels di Camilla Cecilie Wenn, African red slip ware di Birte Poulsen, Lamps di Marina Prusac.

La Plain Ware è trattata da Kristine Bøggild Johannsen (pagg.191-242) con una premessa circa il concetto di ‘ceramiche comuni’ introdotto da Olcese 1993 ed una precisazione circa i reperti esaminati in questo capitolo: Hence the cooking ware is examined by L.Meyer, while the table ware and pottery intended for preparation (for convenience still labelled “Plain Ware” in the following) are studied in this chapter. Sotto questa etichetta vengono riuniti anche fritilli ed unguentaria.
L’orizzonte produttivo è locale o regionale (around Rome), centro-italico e tirrenico, nonchè di importazione o di imitazione di prodotti importati (l’Autore precisa però che in assenza di chemical analyses si rimane nell’incertezza quanto a certe forme che trovano confronti con prodotti sicuramente importati dall’Africa Proconsularis a Ostia e Settefinestre); quanto alla cronologia, essi si attestano tra la fine del I sec. a.C. ed il II sec. d.C., coincidendo in pieno con il I sec. d.C..
L’Autore individua, sulla sola base di macroscopic observations 11 Fabrics (di cui la 1, 3, 5, 7 con varianti); le forme sono suddivise in A.Table Ware and Pottery for preparation of food, B.So-called Fritilli, C.Unguentaria.
All’interno del primo gruppo si distinguono:
small bowls and cups
, censers (turibula);
large bowls and basins
con ulteriori varianti;
mortaria
;
pitchers
(queste ultime sono inquadrate nelle seguenti varianti morfologiche: pitcher with upturned rim, con confronti dalle Terme del Nuotatore ed una datazione tra II e III d.C.; pitcher with band-shaped rim and tubular neck, con confronti da Roma, Ostia, Gabii, Cosa e databili tra I e II d.C.; pitcher with disc-shaped rim, grooved underneath, con confronti da Ostia databili dal I al II d.C.; tall-necked pitcher with bevelled rim, con confronti da Luni, e morfologicamente vicino ai cd. urcei noti da Pompei, Cat.31-32);
jugs
(jug with out-turned, projecting rim, forma molto diffusa nell’Italia centrale per la quale l’Autore propone un’ampia datazione tra IV e I sec. a.C.; jug with projecting rim, produzione locale diffusa in ambito laziale e databile dal I al II d.C.); jug with thickened rim, crescent shaped rim; jug with high, funnel-shaped rim, forma prodotta in area laziale, ma anche esportata in Campania, ritrovata nei carichi di Cap Dramont e Narbona, cronologicamente inquadrabile dall’età augustea all’età tardo-antonina; jug with out-turned, grooved rim; jug with plain, slightly out-turned rim; jug with thickened, triangular rim);
jars
(small jar with projecting rim, concave neck and ovoid body, produzione dell’Italia centrale di I-II sec. d.C., ma anche esportata; jar with high, funnel-shaped rim marked by grooves on the exterior; jar with characteristic folded handles; jar with upturned, moulded rim; jar with projecting rim; jar with large mouth).
Segue il catalogo di altri elementi formali: orli, basi, anse; coperchi (varie tipologie).
Il gruppo B.Fritilli comprende alcune forme (small fritillus with high, funnel-shaped rim; pyriform fritillus with funnel-shaped rim; pyriform fritillus with low, funnel-shaped rim - sometimes with a groove on the interior; pyriform fritillus with angular, upturned rim, che si attestano tra I e II secolo d.C.).
Il gruppo C.Unguentaria comprende pochi reperti suddivisi in fusiform unguentaria (di II e I a.C.) e pyriform unguentaria (di I d.C).

nemi_anfora_98aA pag.243 si apre il capitolo Transport Amphorae di Kristine Bülow Clausen (pagg.243-291) in cui vengono esaminati i più rappresentativi reperti anforici recuperati nelle trincee (concentrati, in particolare, in quelle aperte nell’area del cd. portico e del peristilio), con indicazione percentuale in relazione alle aree di provenienza (Italia, Penisola Iberica, Gallia, Nord Africa, Mediterraneo orientale) e dei prodotti veicolati (vino, olio, garum e affini, frutta).
Tre soli bolli anforari: ‘SAX FER’ su Dressel Type 20, prodotta vicino a Huertas de Belén, lungo il Guadalquivir, con uno stringente parallelo da Augusta Raurica e qui databile al 50-65 d.C.; ‘AI’ e ‘DA’ o ‘DI’ leggibile su due frammenti della forma Benghazi MR 1/Keay LXXXI; ‘ABUCC’ con parallelo in Panella 1973, 468; e solo tre tituli picti.
Le tipologie anforiche si attestano tra la fine del I sec. a.C. ed il II d.C., ma anche tra III e IV d.C. per via delle Africane I-II e Tripolitana II-III, nonché della Late Roman 3 prodotta nel Mediterraneo orientale durante il V e VI secolo.
Il catalogo è organizzato gerarchicamente a partire dall’area geografica di produzione, relative tipologie e pertinenti caratteristiche degli impasti.
Risultano attestate la Dressel 1; la Dressel 2-4 di produzione italiana e 2-4 Tarraconensis; Spello amphorae; Forlimpopoli amphorae. L’analisi della Dressel 21-22 contempla l’uso di tale contenitore, di produzione campana, come esclusivo mezzo di trasporto della frutta, diffuso in area vesuviana e nel Mediterraneo occidentale (mancano alcune più recenti osservazioni sul tipo). Segue l’analisi delle anfore iberiche: Dressel 7-11/Ostia LII; Dressel 12/Pélichet 48/Ostia LII; Dressel 20 ecc.; di quelle galliche con la Gauloise 4; di quelle africane ed orientali.

A pag.293 è il capitolo Dolia and other large vessels di Camilla Cecilie Wenn. Nella conclusion l’Autore stabilisce che i resti di dolia dovevano appartenere a contesti produttivi di età medio-repubblicana, antecedenti alla costruzione della villa.

Segue il capitolo sull’African red slip ware di Birte Poulsen (pagg.301-330). L’Autore precisa che ‘Hayes 1972 will be used as the main reference of form typology’.
Lo scavo ha restituito numerous fragments of both the fine table ware as well as the caracteristic cooking ware consisting of casseroles and lids, difatti, l’Autore individua, pur nell’ambito di un impasto ben depurato, di colore rosso arancio, un’argilla varying from fine (Fabric 1) to a more coarse-grained version (Fabric 2), quest’ultima usata for casseroles of Cooking ware Form 197; quanto alla cronologia (pagg.302-303) l’Autore suddivide i frammenti esaminati in quattro gruppi allineandosi così a quanto già riscontrato in altri siti italiani (Saguì 1980):

  • Flavian to 2nd century: Cats. 1-28, 76-79
  • Mid 2nd to 3rd century: Cats. 21-36, 88-123. The Cooking ware, Hayes Form 196 and 197 is included in this group
  • 3rd/4th - early 5th century: Cats. 37-38, 80
  • 5th - 6th/7th century: Cats. 39-75, 83, 86-87

Quanto al chronological pattern della villa di Nemi, esso sembra avvicinarsi a quanto emerso dalla Villa imperiale di Tiberio a Sperlonga, piuttosto che ai pattern, diversificati, dagli altrettanto significativi siti delle Terme del Nuotatore di Ostia, del Tempio della Magna Mater sul Palatino, e da Crypta Balbi.
Segue il catalogo delle forme Hayes in ordine crescente di numero (Form 3B, Form 3C, Form 5B, Form 6A, Form 6B, Form 8A, Form 8B, Form 9A, Form 9B, Form 16, Form 21, Form 23B, Form 34, Form 50A, Form 61A, Form 67, Form 80B, Form 82A, Form 88, Form 90B, Form 91A, Form 91C ecc.; infine le Forme 196 e 197 di cooking ware).

nemi_lucerna_149Nel sintetico capitolo Lamps di Marina Prusac (pagg.331-349) i materiali sono organizzati in ordine cronologico; a corredo una sola tavola di disegni (pag.349), per il resto le lucerne sono ben illustrate da foto alle pagine 611-618.
L’Autore individua 7 Fabric, di cui la Fabric 1 centro-italica, Fabrics 4 e 5 probabili versioni tardo antiche della Fabric 1, Fabrics 3 e 7 importazioni dall’Africa settentrionale.
I tipi più antichi individuati sono tre frammenti di Herzblatt-lamp, di produzione centro-italica, e contemporanei alla fase più antica delle lucerne a testa di uccello (bird’s-head lamps), di quest’ultimo tipo vi sono attestazioni sia di epoca tardo repubblicana/inizi età imperiale (Cat.4-12) che di fine I sec. d.C - primi decenni del II d.C. (70-130 d.C.); vengono, poi, esaminate lucerne a volute (di seconda metà del I sec. d.C.); fat lamps (Loeschcke Type 8), di cui alcune ancora databili alla fine del I sec. a.C., altre, classificate come Bailey Type O, Type P e Type Q.
Seguono il tipo factory lamps (50-225 d.C.), firmalampe (Loeschcke Type 9 o 10, Bailey Type N group), caratterizzato da un profondo serbatoio, da pareti diritte e raccordo col disco a spigolo acuto; il tipo fat-globule o raised-dots, Bailey Type R, Dressel Form 30, Provoost Type 5, Leibundgut Form 35, con spalla ornata da globetti a rilievo (esemplari datati al tardo III – inizi V sec. d.C.); lucerne tardo antiche (Cat.101-112), decorate da grappoli di uva; altri frammenti, invece, sono tipiche imitazioni delle produzioni in sigillata africana; Cat.122 è l’unico frammento di lucerna medievale con decorazione floreale stilizzata sulle spalle.

Da pagina 351 a pagina 375 è il capitolo Glass a firma di Birte Poulsen che, dopo una premessa introduttiva ed un generale inquadramento cronologico, presenta i materiali vitrei suddivisi per tecnica di lavorazione e forma/funzione. I materiali esaminati dalla studiosa si attestano principalmente tra la fine del I sec. a.C. ed il II d.C., ma non mancano frammenti databili più tardi (seconda metà II sec.-III sec. d.C. e nel IV-V sec.).
Il catalogo si apre con il paragrafo Cast Glass che elenca frammenti di vetro a mosaico, in particolare, a strisce, e di coppe monocrome costolate (Isings 3B - Trier 3B - AR 2.2); seguono le forme Mould-Blown Glass, tra cui, ad esempio, un frammento di bottiglia a grappolo d’uva (Isings 91), di seconda metà II-III sec. d.C.; poi, le forme prodotte mediante soffiatura libera, Free-Blown Glass, tra cui varie forme di bicchieri e coppe: drinking vessels, bowl-plate-funnel, flasks and unguentaria, questi ultimi di forma tubolare o candlestick unguentarium; infine, Glass for architecture and furniture.

Sempre a firma di Birte Poulsen il breve (dato l’esiguo numero di reperti) capitolo Late-antique Kitchen Ware, con forme che imitano non solo l’African red slip ware (Hayes Form 91, Hayes Form 99, Hayes Form 109), ma anche la cooking ware (Hayes Form 196 - 197). Una di queste produzioni è stata localizzata vicino a San Quirico nel Lazio meridionale, mentre la cd. Roman red slip ware, presente a Roma dal V sec. d.C., pure attestata con un solo frammento a Nemi (Cat.5), era forse prodotta a Pianabella vicino Ostia. Per i reperti di Nemi si sono osservate 3 Fabrics (1a-1b, 2, 3).

nemi_maiolica_246Nel capitolo Post-Antique Pottery di Leif Erik Vaag (pagg.385-411), come chiaramente affermato nella premessa al catalogo dei reperti, viene presa in considerazione esclusivamente la ceramica invetriata, ad esclusione della ceramica comune, così come essa viene definita dagli studiosi italiani (The group of unglazed pottery will not be treated in this volume) e dei materiali del XIX e XX secolo (Due to lack of time it was decided early on not to examine the groups dated to the 19th and 20th centuries).
Il repertorio formale trova riscontro principalmente nei contesti di Crypta Balbi, ma, precisa l’Autore, The immediate conclusion may be that the Roman workshops provided ceramics for the hinterlands of Rome, but this suggestion cannot be substantiated further in the present investigation and may be completely erroneous.
A tali precisazioni segue il catalogo che contempla materiali di Forum Ware, Sparse Glazed A Ware (con materiali databili all’XI sec. ed assimilabili quanto all’argilla ai materiale dal Tempio di Castore e Polluce in Roma), Ceramica laziale, Maiolica arcaica, Maiolica (con materiali tipici della produzione romana di XVII e XVIII secolo), Tin-Glazed Ware; nell’ambito, invece, della Cooking Ware sono annoverate le classi di Lead-Glazed Cooking Ware, di White on Cooking Ware, di Cooking Ware with Crackled Lead Glaze, nonché Dark Brown Spotted Ware databili al XVIII o più tardi.

La Sezione Metal and Coins contempla due capitoli: Metal Objects di Marina Prusac (pagg.415-423) con introduzione e catalogo dei reperti metallici, suddivisi in reperti di bronzo prevalentemente tardo-antichi o altomedievali (orecchini, anelli digitali, maniglie, serrature, borchie, chiodi ed altro) ed in ferro (chiodi ecc.); Coins, a Bronze Tessera and Medallions di Birte Poulsen (pagg.425-428) con reperti numismatici (dupondius) della seconda metà del II sec.d.C. (ritratto di Antonino Pio e Fortuna con cornucopia; Faustina Maior e Venere; testa laureata di Commodo e Aequitas con bilancia e cornucopia), una probabile tessera bronzea (busto femminile e numero XVII) connessa alle distribuzioni di grano, due medagliette medievali o post- medievali.

Nella Sezione Sculpture, il capitolo Sculpture in marble and other stone di Mette Moltesen (pagg.431-444) prende in esame frammenti marmorei, prevalentemente di marmo bianco delle cave di Carrara (Cat.1, frammento di capigliatura di testa femminile, inizi I sec. a.C.), dell’isola di Taso, od in un caso di marmo pentelico (Cat.2, calotta cranica di statua femminile, I sec. a.C.-I sec. d.C.), resti di statue collocate ad ornamento della villa e sfuggite alle calcare, pure individuate nell’ambito della villa stessa, una nel settore delle terme ed un’altra probabilmente nell’area della trincea EE, dove si rinvenne un’alta concentrazione di frammenti marmorei.
Altri frammenti rinviano a sculture decorative: basi di erme, pinakes marmorei con rappresentazioni su entrambi i lati (I sec. d.C.); l’Autore sottolinea spesso le analogie con i materiali decorativi e statuari dal Santuario di Nemi all’University Museum of Philadelphia.
nemi_intarsio_367-368Non mancano lastre decorative di pietra (ardesia o lavagna) con decorazioni floreali ad intarsio ottenute con inserti marmorei, di vetro o stucco dipinto (Cat.12-14), (paragonabili ai fregi della decorazione parietale: fregi pittorici parietali a fondo nero a Pompei o nella villa della Farnesina), e che trovano confronto con analoghi reperti dalla domus del Gianicolo (segnaliamo ed aggiungiamo qualche ulteriore confronto: ‘elementi di rivestimento in ardesia con decorazioni incise’, di età augustea, dal riempimento di un pozzo della prima taberna sul lato est del foro di Cuma, scavo 2005, oggi esposti al Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia, nonchè da Ercolano).

Nella Sezione Finds related to the Architecture, la studiosa Ria Berg nel capitolo Brick Stamps esamina i laterizi bollati (6 Fabrics), suddividendoli in alcuni ampi orizzonti cronologici, precisando: ‘Naturally, the data concerning their provenances should be read with caution considering the extensive reuse and relocation of material in later construction phases and continuous repair work’. nemi_bollo_437
Un gruppo di 36 bolli viene inquadrato nel periodo tardo repubblicano; questi sono stati rinvenuti, anche riutilizzati, nell’area centrale della villa; tra questi un gruppo di tre è costituito da esempi del CIL XV 145 attribuiti a C. Cosconius che operò nelle figlinae Curtianae, mentre un cospicuo gruppo è riferibile ad Atius (con caduceus e ramo di palma), bollo diffuso nell’area dei colli albani, e da Steinby messo in relazione con M. Atius Balbus, personaggio legato a Cesare ed Augusto.
Tra la fine del I sec. a.C. ed il I d.C. sono due esempi di CIL XV 965 ed uno di S.262 con il nome di Metra(s), uno schiavo che lavora per M.Curtius nelle figlinae Curtianae, altri bolli frammentari sono riconducibili alle figlinae Naeviane e alle figlinae Marcianae. Riferibili agli inizi del I sec. d.C. sono dei bolli che presentano il nome L. Postumius al genitivo (varianti a-c del CIL XV 1338).
Seguono i bolli di età flavia (CIL XV 633b; CIL XV 1093 ecc.) e del II sec. d.C. (esempi di bolli CIL XV 903, CIL XV 1040 e CIL XV 549; nonchè laterizi prodotti da Peducaeus Lupulus nelle figlinae Rhodianae; laterizio bollato da Fortunatus nelle figlinae Macedonianae ecc.).

A firma di Kristine Bøggild Johannsen il capitolo Architectural Terracottas. Basata su osservazioni macroscopiche è la individuazione di 5 Fabrics; le antefisse a palmetta sono caratterizzate da ‘double meander band and winged Victoria bust’, oppure da ‘Oceanus bust flanked by dolphins’, ‘small gorgoneion’ ecc. (databili tra la seconda metà del I sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C.); le Lastre Campana, inquadrabili nell’ambito di 2 periodi (ultimo decennio I sec. a.C.-primo decennio I sec. d.C.; metà-seconda metà I sec. d.C.) sulla sola base dei dati stilistici e di confronto, presentano una pluralità di temi (Cupids with fruit garlands, bacchanalian sacrifice, Daedalus and Pasiphae, Nile landscape, ecc.); seguono lastre di rivestimento, gocciolatoi, tegulae hamatae.

Nella Sezione Miscellanea, il capitolo Miscellanea di Mette Moltesen presenta alcuni reperti di varia cronologia e tipologia, tra cui (Fig.513) una piccola terracotta di cui si conserva solo parte della testa femminile: ‘The type is hellenistic but so indistinct that it is hard to date’.

Infine la Sezione Late-antique Tombs, comprende i seguenti capitoli: Late-antique Burials in the Villa Area (relativa allo scavo di alcune delle tombe di V-VII sec. d.C. che sfruttano le strutture della villa e ne riutilizzano i materiali) di Pia Guldager Bilde e The Human Skeletons (in cui si analizzano i resti scheletrici rinvenuti nelle tombe relativamente al sesso, all’età, alla statura, alle patologie) di Eva Wahlberg Sandberg.

Nella Sezione Other Organic Materials è il capitolo Invertebrate Remains di Ezequiel M. Pinto-Guillaume

Seguono l’Appendix (pagg.537-594) e le fotografie ‘Figures’.



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