A roman villa by Lake Nemi. The Finds

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Titolo: A roman villa by Lake Nemi. The Finds. The Nordic Excavations by Lake Nemi, loc.S.Maria (1998-2002)
Editors: Edited by Mette Moltesen & Birte Poulsen. In collaboration with Kristine Bøggild Johannsen
Editore: Edizioni Quasar Roma 2010
Le immagini a corredo di questa recensione sono tratte dal volume al solo scopo illustrativo.

Reviewed by Antonella D'Ascoli in September 2011


Il pregevole volume pubblicato (col finanziamento della Carlsbergfondet) per i tipi delle Edizioni Quasar di Severino Tognon, Roma 2010, di complessive 655 pagine, è dedicato esclusivamente ai materiali rinvenuti nello scavo (effettuato in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Lazio) della villa in località S.Maria ubicata nell’area costiera sud-occidentale del lago di Nemi (parte del NEMI Archaeological Project cui si è dato vita da parte dei quattro Nordic Institutes di Roma sin dal 1996).
Erik Bach,
Director The Danish Institute, giustifica, nella Preface, il motivo del particolare interesse scientifico, da parte degli Istituti archeologici del nord Europa, per il territorio in questione, in particolare, per i Colli Albani, meta di viaggiatori nordici nel XIX secolo, autori di una ingente documentazione artistica, pittorica e disegnativa di quei luoghi, nonché fautori dell’acquisto, in particolare, da parte del magnate Carl Jacobsen, nel 1890, delle statue del Santuario di Diana.
Questi precedenti antiquari costituiscono la premessa degli scavi (finanziati con congrui contributi dal The Danish Carlsberg Foundation, The Swedish Fondazione Famiglia Rausing, The Joint Committee of the Nordic Research Councils for the Humanities -NOSH-) condotti, tra il 1998 ed il 2002, in stretta collaborazione tra la competente Soprintendenza Archeologica ed i quattro Istituti nordici a Roma: il Danish Institute (sede logistica del progetto), il Finnish Institute, il Norwegian Institute, e lo Swedish Institute.

nemi_gorgoneion_462Il volume si apre con una Introduction (Nordic Excavations of a Roman Villa by Lake Nemi, loc. S.Maria: an introduction) di Pia Guldager Bilde (pagg.13-19) ed ‘An Introduction to the finds’ di Mette Moltesen & Birte Poulsen (pagg.21-31). Seguono le seguenti Sezioni: Pottery and Glass (pagg.35-411), Metal and Coins (pagg.415-428), Sculpture (pagg.431-444), Finds related to the architecture (pagg.447-485), Miscellanea (pagg.489-491), Late-Antique Tombs (pagg.495-520), Other Organic materials (pagg.523-533), Appendix (pagg.537-594), Figures (pagg.597-655), ciascuna con altrettanti capitoli, quante sono le tipologie di materiali ivi recuperate, corredati ciascuno dalla puntuale documentazione grafica (le fotografie a colori di una scelta dei reperti, invece, sono raccolte alla fine del volume nella sezione Figures); i riferimenti planimetrici sono costituiti da due tavole (Plan A and B).
Nella Introduction (Nordic Excavations of a Roman Villa by Lake Nemi, loc. S.Maria: an introduction) la studiosa Pia Guldager Bilde sintetizza i risultati dello scavo, condotto mediante 60 trincee che hanno messo in luce circa il 10% della superficie della villa, di circa 45.000 m2 compresi i giardini, precisando che in questo volume si presentano solo i materiali, mentre in un successivo volume, previsto per il 2012/2013, si darà conto dell’architettura della villa, dei marmi che la ornavano, nonché delle trincee di scavo.
Una precisazione è d’obbligo: la villa viene definita “a large palatial villa”.
Anteriormente alla villa si sono recuperati frammenti sporadici di impasto risalenti al Bronzo Medio, nonché evidenze più consistenti per il Bronzo Finale-inizi Età del Ferro, indizio di una occupazione più costante da parte di una piccola comunità perilacustre.
Le evidenze struttive più recenti, antecedenti all’impianto della villa, sono, invece, da collegare al santuario di Diana che fiorisce tra il 300 a.C. e la seconda metà del II secolo d.C., e consistono in un emissario i cui bracci (uno superiore ed uno inferiore con una serie di camere) scavati nella roccia avevano la finalità di mantenere basso il livello dell’acqua del lago e di inibirne le esondazioni.
Il braccio superiore è stato datato, in base alla ceramica a vernice nera, al 300 a.C., datazione che si allinea con la prima fase in opus quadratum delle strutture del santuario. Le fasi della villa (che fu completamente abbandonata in seguito ad una catastrofe naturale nel 150 d.C.) sono così definite:

  • Phase 1, tardo-repubblicana, metà I secolo a.C.
  • Phase 2, età alto-imperiale, circa 20-40 d.C.
  • Phase 3, età tardo neroniana-alto flavia, 60-80 d.C.
  • Phase 4, età adrianea intorno al 120 d.C.

La villa era situata su una terrazza artificiale, disposta parallelamente alla costa, ampia circa 260 m. x 60 m., alta 9 metri; il muro di terrazzamento era, nella sua prima fase in opus caementicium, poi, rifatto nella terza fase e munito di fornici in facciata. La sostruzione (a seguito di indagini, parziali, limitate dall’uso attuale dei terreni soprastanti) doveva essere chiusa da ali laterali perpendicolari ad essa, e così anche la pianta della villa doveva avere “an overall Π-shaped form”; la studiosa segnala confronti, dalla Campania, in particolare, da Pompei, con evidenze struttive allineate al 3° - 4° stile della pittura parietale.
La villa era esclusivamente una villa d’otium, con quartiere residenziale padronale, terma ed un quartiere settentrionale servile. Al di sopra del muro di terrazzamento correva un portico con vista sul lago, e su di esso si aprivano numerosi cubicula; in uno di questi (con pavimento in opus spicatum) il ritrovamento di un piccolo capitello corinzio e di un fregio in stucco, di scala diversa rispetto al fregio che ornava il muro, ha indotto ad ipotizzare la presenza di un lararium.
Il settore centrale era incentrato attorno ad un peristilio con colonnato tuscanico o ionico, il cui portico era pavimentato in isodomo listellato; verso il lago si apriva un sontuoso triclinium, nonché cubicula pavimentati in opus sectile; dedicati agli ozi del proprietario dovevano essere anche gli ambienti del settore meridionale.
Parallelo al muro di terrazzamento della villa era un canale monumentale di 63 mt. di lunghezza (4,3 mt. di ampiezza e 1 mt. di profondità) costruito agli inizi del I secolo d.C., la cui estremità meridionale terminava con un muro curvilineo, probabilmente un bacino circolare verso cui menavano delle scale, poi, trasformato in una forma Π-shaped, con portico retrostante e giardino.
Vengono, poi, segnalati una cisterna di 37 mt. di lunghezza, ed un piccolo nucleo di ambienti termali, nonchè una grande esedra (Plan B).
Quanto ai rivestimenti marmorei (con marmi da tutto il bacino del Mediterraneo, nonché graniti e porfidi) ed alle pitture parietali (tracce di 2° stile e di pitture di giardino), se ne conferma il rinvenimento nei riempimenti ma anche in situ; lastre Campana, invece, decoravano i portici.
I giardini sono stati indagati da un team of specialists in garden excavations; dai resoconti degli scavi del 1880 si ricavano informazioni sugli arredi (erme, crateri di marmo, candelabri) di cui si è persa traccia.
La villa, le cui attività costruttive sembrano allineate a quelle del santuario, è stata già interpretata da Pia Guldager Bilde, con argomentazioni, come la villa di C. Iulius Caesar in nemore o in nemorensi.
Nella tarda antichità (V-VII secolo d.C.) l’area della villa fu trasformata in necropoli, con spoliazione dei materiali (tegole, lastre di marmo). Il settore delle terme, invece, in epoca medievale e rinascimentale (cfr.: ceramiche di questi periodi ivi recuperate) dovette trasformarsi in una calcara.

Nel capitolo An Introduction to the finds (pagg.21-31), Mette Moltesen & Birte Poulsen presentano una sintetica rassegna (ordinata in base alle varie fasi di attività del sito e della villa) di tutti i materiali (prevalentemente frammentari) rinvenuti durante le cinque campagne di scavo (con relativa, essenziale, bibliografia, e documentazione grafica).
Si comincia dai reperti protostorici, frammenti di ceramica di impasto databili alla metà del secondo millennio a.C. (media Età del Bronzo, XIV secolo), nonché frammenti di olle e pesi da telaio del Bronzo Finale; nonché anforette e coppe carenate della prima Età del Ferro (periodo laziale, X-IX sec. a.C.), di cui si è osservata una particolare concentrazione nelle trincee AA ed AN, indizio di un piccolo insediamento, nonché su tutta l’area indagata indizio, quest’ultimo, di una frequentazione estesa e non occasionale.
I materiali protostorici sono trattati, più avanti, dallo studioso Nicola Bruni (pagg.35-48) nel capitolo ‘Ceramica d’impasto protostorica’ (Sezione: Pottery and Glass).
Qui si ribadiscono l’orizzonte cronologico dei ritrovamenti, le forme ceramiche (tutte non lavorate al tornio), che consistono in frammenti di coppe carenate, di olle, di orcioli, di fondi, e di anse (da segnalare il ritrovamento di un peso discoidale forato che l’Autore mette in connessione più con le attività della pesca, in quanto recuperato nel saggio AF, uno dei più vicini alle sponde del lago, piuttosto che con quelle della tessitura), le caratteristiche degli impasti (più grossolani e con inclusi organici quelli delle forme di maggiori dimensioni), le tecniche di fabbricazione (prevalente quella del cercine o colombino).
L’insieme dei materiali, viene ribadito, non permette ‘un’esaustiva classificazione tipologica delle fogge’; i frammenti di ceramica ‘appenninica’ recuperati si datano nella fase terminale della media età del bronzo (Bronzo medio 3), quasi del tutto assenti reperti del Bronzo recente, attestati, invece, frammenti del Bronzo finale; il maggior numero di frammenti si colloca nell’orizzonte cronologico della II fase della cultura laziale (inizi età del Ferro, X-IX sec. a.C.), un solo frammento è ascrivibile all’età del ferro avanzata (VIII-VII sec. a.C.).
Gli Autori del capitolo An Introduction to the finds accennano, poi, alla vernice nera (Black gloss) che rientra in due fasi, l’una contemporanea alla costruzione di uno dei bracci dell’emissario (‘…was found in the closing material of the older upper inlet of the Emissary’), appartenente all’orizzonte cronologico dell’iniziale III sec. a.C. (trincea EL); mentre un altro nucleo è di tarda età repubblicana (I sec. a.C.).

L’argomento è oggetto dello specifico capitolo Black Gloss di Ria Berg (pagg.49-62) che prende in esame 51 dei 184 frammenti di vernice nera recuperati.
La classificazione segue la tipologia di Morel. Si individuano 10 fabrics, tra cui, la Fabric 1 che rappresenta una produzione locale, essa viene classificata come un ‘bioid group’, e datata alla fine II-I sec. a.C.; un altro consistente gruppo di reperti è afferente ad una Fabric 2, questi vengono attribuiti all’Atelier des petites estampilles e datati all’inizio del III sec.; un unico frammento (Cat.47, Fabric 10) viene inquadrato nella produzione aretina a vernice nera della prima metà del I sec. a.C.; seguono la cronologia delle forme, bolli e graffiti, infine, il catalogo dei frammenti.
Le forme individuate si collocano tra la fine del IV sec. a.C. (con l’unico esemplare, un frammento di un’ansa di skyphos sovradipinto, Cat.38), l’iniziale e prima metà del III sec. con i materiali dalla trincea EL (coppe emisferiche con orli estroflessi Cat.16, phiale mesomphalos Cat.4, frammenti della forma ‘fish plate’ Cat.1-2), mentre databili al tardo III-inizi del II sec. sono le forme Cat.14-15.

I materiali che rientrano nella classe Cooking ware (classe di materiali resistente al fuoco usata per la preparazione di cibi a contatto direttamente col fuoco o in forno), attestata dalla media età repubblicana fino al tardo antico (cui si fà cenno già in An Introduction to the finds, pagg.21-31), sono oggetto di specifico approfondimento nel capitolo a firma di Louise Mejer (pagg.63-116).
L’Autore suddivide, dal punto di vista morfologico, i reperti analizzati (per la maggior parte frammenti) in pans, casseroles, olle, bowls, lids, miscellaneous forms (“Each main group has then been further subdivided into typological forms”); la tipologia seguita è quella proposta da Pia Guldager Bilde nell’edizione dei materiali di CW del Tempio di Castore e Polluce del Foro romano (CP, 2008), e quando si rende necessario si segue, invece, la classificazione tipologica di Olcese 2003.
Viene precisato, inoltre, che la datazione dei reperti di CW è sempre rafforzata dall’associazione con altri materiali datanti.
Quanto agli impasti ed al trattamento della superficie si individuano 8 fabrics.
Quindi, la Pan Form 1 (CP Form 1 and 6) ad orlo bifido (forma cha va dal tardo periodo repubblicano, II-I sec.a.C. fino al II d.C.), nello scavo in questione, si è rinvenuta in 6 differenti trincee, nonché in superficie; quella rinvenuta nella trincea DB, in particolare, nei layers SU 21 e 26, si dice databile al periodo repubblicano; mentre di alcuni frammenti, classificati come Fabric 8, si indica un’origine africana, per le forti analogie con l’African Red Slip.
Mentre la Pan Form 2 (Olcese, A. IV. Tegami, Tipo 9) è caratterizzata da un ampio orlo che funge anche da presa (la forma è datata ad Ostia dall’età flavia all’ultimo quarto del II d.C.).
Segue l’analisi delle pentole (casseroles) individuate come tali solo in base agli orli:
Form 1
-Olcese, A.I.1. Pentole a tesa breve e ricurva, Tipo 1A-;
Form 2
-Olcese, A.I.1 Pentole a tesa breve e ricurva, Tipo 1b-;
Form 3
-CP Form 18- (questa Form 3, caccabus, con orlo ad ampia tesa orizzontale, è ulteriormente specializzata in Form 3a, Form 3b, Form 3c, Form 3d, Form 3e, Form 3f );
Form 4
(4a e 4b), databile al I-II d.C. (ad Ostia, in particolare, tra il 160-190 d.C.) è caratterizzata da ampia tesa piana e margine arrotondato o squadrato -Olcese, A.I.2. Pentole a tesa, Tipo 5A and Tipo 5B-;
Form 5
-con orlo orizzontale, appuntito verso il basso, essa si avvicina alla Form 4 ma con un orlo triangolare più affilato (i più stringenti confronti con frammenti rinvenuti ad Ostia e datati tra il 190-240 d.C.; sebbene la forma si prolunghi fino al V secolo e sporadicamente nel VI).
Casserole Form 6
è rappresentata solo da round-bottomed bases.
Segue l’analisi della forma Olla, forma caratterizzata da un diametro minore all’orlo rispetto al diametro del corpo, a base piana, faceva uso di coperchio, era usata per cuocere il cibo sul fuoco o per la sua conservazione e trasporto. L’inquadramento tipologico segue quello di Guldager Bilde e di Olcese.
La Form 1 (Olcese, A. III.1. Olla ovoide con bordo svasato e ingrossato -a mandorla del tipo più antico- Tipo 1 e Tipo 2) è ulteriormente suddivisa in Form 1a e Form 1b; essa è una variante più antica della Form 2 dal tipico orlo a mandorla. Il nucleo più consistente si è rinvenuto nella trincea EL; la Form 1a si differenzia, per il collo prevalentemente rettilineo, diverso dalla Form 1b dove esso tende all’aggetto. I confronti con i materiali da La Giostra fanno propendere l’Autore per una datazione al IV-III a.C..
La Form 2 (CP Form 13), tipica del periodo tardo repubblicano-età augustea, con orlo a mandorla e corpo slanciato, è suddivisa in 2a, la cui mappa di distribuzione preliminare redatta dalla Olcese indica un cluster nell’Italia centrale, e la 2b con più ampia diffusione nelle zone costiere del Mediterraneo settentrionale.
La Form 3 (CP Form 14), caratterizzata da un piccolo orlo arrotondato e tornito, è suddivisa dall’Autore nei gruppi Form 3a 3b (di età tardo repubblicana), 3c (caratterizzata da un orlo appiattito ed orizzontale, assegnabile all’età flavia), 3d (tutte corrispondenti a CP 14a-d).
La Form 4 (CP Form 16) ad orlo spesso arrotondato (Form 4a) o appuntito (Form 4b), ha collo conico talvolta separato dal corpo del vaso da un solco; si tratta di una forma attestata dalla fine del I sec. a.C. a tutto il I d.C., con attestazioni tarde ad Ostia negli strati del 160-190 d.C.. La Olcese individua centri di produzione in Sutri e La Celsa.
La Form 5 (CP Form 20), attestata tra la tarda età repubblicana ed il periodo flavio, presenta a vertical off-set incurved rim, ed una o due anse verticali.
La Form 6 (this olla has a relatively high vertical and slightly concave outer rim, which on the interior slopes downwards) è presente a Nemi; i confronti, da Pontecagnano e da Stobi, permettono di inquadrare la forma, rispettivamente, al tardo IV-inizi III sec. a.C., ed alla metà III-metà IV d.C..
La Form 7, invece, ad orlo triangolare, è confrontata con un esemplare da Olevano Romano, datato tra il II a.C. e la fine del I d.C..
La Form 8, è caratterizzata da un orlo tornito ed arrotondato, trova confronti con reperti da Olevano Romano (con leucite, dai Colli Albani) datati tra il II a.C.-I d.C. (età cesariana-età giulio-claudia), sebbene esista un confronto formale tardo (IV-V d.C. da Leptis Magna).
La Form 9 caratterizzata da un orlo arrotolato e talvolta spigoloso, è inquadrabile al I a.C. in base ad uno stringente confronto da Cosa.
L’Autore, poi, analizza le altre morfologie:
la Form 10, vicina alla Form 3a-b;
la Form 11 (simile alla Form 6 ma di diametro inferiore, orlo con incavo interno per l’alloggiamento del coperchio, considerata spesso una brocca, trova confronti con la Campania, ma qui non è presente l’incavo interno; è in uso dal I a.C. al II d.C.);
la Form 12 (con i sottogruppi 12a-12b-12c-12d) di cui si dice che non può essere con certezza inquadrata tra le olle;
la Form 13 (CP Form 17a-c), con i sottogruppi 13a e 13b, che comprende una serie di fondi appartenenti a differenti morfologie di olle.
L’Autore si sofferma sulle restanti forme: bowls (4 forme, di cui la 4 con sottogruppi), la Form 1 è caratterizzata da un orlo ad uncino più o meno pronunciato, e con collo distinto da una carenatura; lids (4 forme, di cui la 1 e la 2 con sottogruppi); infine, miscellaneous forms.


 

Nel capitolo An Introduction to the finds (pag.22), Mette Moltesen & Birte Poulsen segnalano la presenza di circa 20 frammenti di Pompeian Red Ware; la particolare classe di CW è, poi, analizzata in dettaglio da Birte Poulsen (pagg.117-122). Si tratta di una produzione (II a.C. e I d.C.; ma attestata anche nel II d.C. e fino agli inizi del III) esportata in tutte le province romane da diversi centri di produzione (Etruria, Lazio, Baia di Napoli).
Nel catalogo sono individuate Fabric 1, 2, 3 e due differenti modi di trattamento della superficie (a,b); le morfologie si allineano a Goudineau Type 28-31, ad orlo rientrante, pareti convesse e fondo piano (Bands and lines on exterior below rim; Flat bases with concentric grooves); Type 13 (?), ampio diametro con orlo orizzontale estroflesso (tardo II a.C.-età flavia); Type 1, con orlo ispessito, quasi a mandorla (metà II a.C.-età augustea).

Louise Mejer tratta la classe ceramica Thin-Walled Ware (pagg.123-149) che, come definita dall’Autore, è wheel-made tableware; ceramica a pareti molto sottili che col passar del tempo diventano più spesse, con superficie spesso di lucentezza metallica, ed usata principalmente per scopi potori; produzione nata nell’Italia settentrionale a partire dal secondo quarto del II sec. a.C.., poi, in uso fino al III sec. d.C. con numerosi centri di produzione nel Mediterraneo occidentale. Essa si è rinvenuta in tutta l’area di scavo, in particolare, nella Trincea CI.
In base alle caratteristiche degli impasti ed al trattamento della superficie l’Autore riconosce 10 Fabric. Quanto alle forme (e relative varianti), esse sono organizzate in:
situlae
(per questa forma si segue la suddivisione di Guldager Bilde -CP Form 1- Forms 1a-1g; la Form 1a non è attestata tra i materiali di Nemi; si tratta della situla fusiforme con fondo piano o lievemente concavo ed orlo verticale, o leggermente svasato o incurvato, forma che si attesta tra il II sec. a.C. e gli inizi del I d.C.);
mugs
(Form 1 -CP Form 3, con i sottogruppi 3a-3f- i sottogruppi della Form 1 attestati a Nemi sono 1B, 1C, 1D, 1F; si tratta di una forma ovoide con spalle arrotondate e base piana, in pieno sviluppo nel I a.C., la Form 1C presenta una sottile carenatura a circa 1 cm. al di sotto dell’orlo; la Form 2, suddivisa in 2A, 2B, 2C, corrisponde alla -CP Form 4, 4a-4c- forma ovoide, probabilmente senza anse, diffusa in età traianea ed adrianea; la Form 3, con orlo arrotondato verso l’esterno, parete piuttosto diritta, solco poco al di sotto del labbro, in alcuni casi, con decorazione alla barbottina col motivo di squame di strobili; la Form 4 -CP Form 5- databile agli inizi del I d.C. è attestata a Nemi con due soli orli e quattro frammenti di corpo decorato con scalfitture a punta di diamante; la Form 5 -CP Form 6- generalmente datata al I sec.d.C. ha forma a sacco, monoansata, orlo estroflesso, i frammenti recuperati sono inquadrati nei seguenti sottogruppi Form 5A, B, C, D; vengono, poi, registrati frammenti di fondi per i quali la difficoltà di inquadrarli in una ben determinata forma ha fatto preferire una classificazione ibrida tra le Form 2/5).
Seguono, poi, bowls, cups; beakers; miniature vessels; miscellaneous forms; various pitchers; handles; various handles.
Il capitolo termina, come per ogni altra classe di materiali, con la bibliografia (essenziale) e le tavole dei profili morfologici.

A pag.151 inizia un altro consistente capitolo, a firma di Ria Berg, sulla Terra Sigillata; i frammenti analizzati, che costituiscono solo una parte, significativa, di quelli recuperati, vengono cronologicamente inquadrati (essi rinviano a produzioni aretine, orientali, sud galliche e tardo-italiche decorate a matrice che vanno dagli inizi dell’età augustea a tutto il I secolo d.C.).
Gli impasti e relative vernici (suddivisi in 13 Fabrics) permettono di distinguere produzioni italiche (Fabrics 1-4), orientali (Fabrics 6-8, 12; Fabric 5 Aegean-Ionian Eastern Sigillata B), sud-galliche (Fabric 11 is most probably Southern Gaulish).
L’Autore delinea, nel paragrafo (pagg.153-154), Forms and Chronology, ed in quello successivo Stamps, l’ambito formale-cronologico (sulla base del Conspectus Formarum Terrae Sigillatae italico modo confectae, Bonn 1990, si distinguono le seguenti forme: CF Form 1, 3, 4, 7, 12, 13, 17, 18, 20, 21, 22, 23, 26, 27, 32, 33, 34, 36, 37, 52; nonché sulla base di Hayes) e produttivo, mediante i bolli, quadrangolari, ovale ed in planta pedis, relativi ad officine aretine, pisane e loro filiali (P HE, P CLOD PROC, CN AT, METELI, CAMUR ecc., qui ci si allinea, ovviamente, ad Oxé, Comfort & Kenrick 2000).
Quanto ai reperti, essi sono suddivisi non in base alla cronologia, ma in base alle forme, sebbene per ogni reperto L’Autore ne indichi anche la cronologia (con forme della prima età augustea: CF Form 1, platter or plate with sloping wall and plain rim, forma che appare tra il 40-15 a.C.; CF Form 4, 7, 13, 17, 18 ecc. inquadrabili nella media e tarda età augustea, nonchè tiberiana; CF Form 26 della prima metà del I secolo d.C.; CF Form 3, metà-seconda metà I secolo d.C.; nonché, tra le altre, due coppe tipo Dragendorff 29 (Cat.124,126, Fabric 11, Most probably a Gaulish fabric), di età neroniano-flavia, comprese nella sezione “Various vessels with mould-made relief decoration” che trovano confronti con analoghi reperti, integri, da Pompei.

Dopo un breve capitolo relativo a tre frammentini di Lead-glazed Ware, a firma di Birte Poulsen, seguono i più consistenti argomenti relativi a Plain Ware, a firma di Kristine Bøggild Johannsen, Transport Amphorae, di Kristine Bülow Clausen, Dolia and other large vessels di Camilla Cecilie Wenn, African red slip ware di Birte Poulsen, Lamps di Marina Prusac.

La Plain Ware è trattata da Kristine Bøggild Johannsen (pagg.191-242) con una premessa circa il concetto di ‘ceramiche comuni’ introdotto da Olcese 1993 ed una precisazione circa i reperti esaminati in questo capitolo: Hence the cooking ware is examined by L.Meyer, while the table ware and pottery intended for preparation (for convenience still labelled “Plain Ware” in the following) are studied in this chapter. Sotto questa etichetta vengono riuniti anche fritilli ed unguentaria.
L’orizzonte produttivo è locale o regionale (around Rome), centro-italico e tirrenico, nonchè di importazione o di imitazione di prodotti importati (l’Autore precisa però che in assenza di chemical analyses si rimane nell’incertezza quanto a certe forme che trovano confronti con prodotti sicuramente importati dall’Africa Proconsularis a Ostia e Settefinestre); quanto alla cronologia, essi si attestano tra la fine del I sec. a.C. ed il II sec. d.C., coincidendo in pieno con il I sec. d.C..
L’Autore individua, sulla sola base di macroscopic observations 11 Fabrics (di cui la 1, 3, 5, 7 con varianti); le forme sono suddivise in A.Table Ware and Pottery for preparation of food, B.So-called Fritilli, C.Unguentaria.
All’interno del primo gruppo si distinguono:
small bowls and cups
, censers (turibula);
large bowls and basins
con ulteriori varianti;
mortaria
;
pitchers
(queste ultime sono inquadrate nelle seguenti varianti morfologiche: pitcher with upturned rim, con confronti dalle Terme del Nuotatore ed una datazione tra II e III d.C.; pitcher with band-shaped rim and tubular neck, con confronti da Roma, Ostia, Gabii, Cosa e databili tra I e II d.C.; pitcher with disc-shaped rim, grooved underneath, con confronti da Ostia databili dal I al II d.C.; tall-necked pitcher with bevelled rim, con confronti da Luni, e morfologicamente vicino ai cd. urcei noti da Pompei, Cat.31-32);
jugs
(jug with out-turned, projecting rim, forma molto diffusa nell’Italia centrale per la quale l’Autore propone un’ampia datazione tra IV e I sec. a.C.; jug with projecting rim, produzione locale diffusa in ambito laziale e databile dal I al II d.C.); jug with thickened rim, crescent shaped rim; jug with high, funnel-shaped rim, forma prodotta in area laziale, ma anche esportata in Campania, ritrovata nei carichi di Cap Dramont e Narbona, cronologicamente inquadrabile dall’età augustea all’età tardo-antonina; jug with out-turned, grooved rim; jug with plain, slightly out-turned rim; jug with thickened, triangular rim);
jars
(small jar with projecting rim, concave neck and ovoid body, produzione dell’Italia centrale di I-II sec. d.C., ma anche esportata; jar with high, funnel-shaped rim marked by grooves on the exterior; jar with characteristic folded handles; jar with upturned, moulded rim; jar with projecting rim; jar with large mouth).
Segue il catalogo di altri elementi formali: orli, basi, anse; coperchi (varie tipologie).
Il gruppo B.Fritilli comprende alcune forme (small fritillus with high, funnel-shaped rim; pyriform fritillus with funnel-shaped rim; pyriform fritillus with low, funnel-shaped rim - sometimes with a groove on the interior; pyriform fritillus with angular, upturned rim, che si attestano tra I e II secolo d.C.).
Il gruppo C.Unguentaria comprende pochi reperti suddivisi in fusiform unguentaria (di II e I a.C.) e pyriform unguentaria (di I d.C).

nemi_anfora_98aA pag.243 si apre il capitolo Transport Amphorae di Kristine Bülow Clausen (pagg.243-291) in cui vengono esaminati i più rappresentativi reperti anforici recuperati nelle trincee (concentrati, in particolare, in quelle aperte nell’area del cd. portico e del peristilio), con indicazione percentuale in relazione alle aree di provenienza (Italia, Penisola Iberica, Gallia, Nord Africa, Mediterraneo orientale) e dei prodotti veicolati (vino, olio, garum e affini, frutta).
Tre soli bolli anforari: ‘SAX FER’ su Dressel Type 20, prodotta vicino a Huertas de Belén, lungo il Guadalquivir, con uno stringente parallelo da Augusta Raurica e qui databile al 50-65 d.C.; ‘AI’ e ‘DA’ o ‘DI’ leggibile su due frammenti della forma Benghazi MR 1/Keay LXXXI; ‘ABUCC’ con parallelo in Panella 1973, 468; e solo tre tituli picti.
Le tipologie anforiche si attestano tra la fine del I sec. a.C. ed il II d.C., ma anche tra III e IV d.C. per via delle Africane I-II e Tripolitana II-III, nonché della Late Roman 3 prodotta nel Mediterraneo orientale durante il V e VI secolo.
Il catalogo è organizzato gerarchicamente a partire dall’area geografica di produzione, relative tipologie e pertinenti caratteristiche degli impasti.
Risultano attestate la Dressel 1; la Dressel 2-4 di produzione italiana e 2-4 Tarraconensis; Spello amphorae; Forlimpopoli amphorae. L’analisi della Dressel 21-22 contempla l’uso di tale contenitore, di produzione campana, come esclusivo mezzo di trasporto della frutta, diffuso in area vesuviana e nel Mediterraneo occidentale (mancano alcune più recenti osservazioni sul tipo). Segue l’analisi delle anfore iberiche: Dressel 7-11/Ostia LII; Dressel 12/Pélichet 48/Ostia LII; Dressel 20 ecc.; di quelle galliche con la Gauloise 4; di quelle africane ed orientali.

A pag.293 è il capitolo Dolia and other large vessels di Camilla Cecilie Wenn. Nella conclusion l’Autore stabilisce che i resti di dolia dovevano appartenere a contesti produttivi di età medio-repubblicana, antecedenti alla costruzione della villa.

Segue il capitolo sull’African red slip ware di Birte Poulsen (pagg.301-330). L’Autore precisa che ‘Hayes 1972 will be used as the main reference of form typology’.
Lo scavo ha restituito numerous fragments of both the fine table ware as well as the caracteristic cooking ware consisting of casseroles and lids, difatti, l’Autore individua, pur nell’ambito di un impasto ben depurato, di colore rosso arancio, un’argilla varying from fine (Fabric 1) to a more coarse-grained version (Fabric 2), quest’ultima usata for casseroles of Cooking ware Form 197; quanto alla cronologia (pagg.302-303) l’Autore suddivide i frammenti esaminati in quattro gruppi allineandosi così a quanto già riscontrato in altri siti italiani (Saguì 1980):

  • Flavian to 2nd century: Cats. 1-28, 76-79
  • Mid 2nd to 3rd century: Cats. 21-36, 88-123. The Cooking ware, Hayes Form 196 and 197 is included in this group
  • 3rd/4th - early 5th century: Cats. 37-38, 80
  • 5th - 6th/7th century: Cats. 39-75, 83, 86-87

Quanto al chronological pattern della villa di Nemi, esso sembra avvicinarsi a quanto emerso dalla Villa imperiale di Tiberio a Sperlonga, piuttosto che ai pattern, diversificati, dagli altrettanto significativi siti delle Terme del Nuotatore di Ostia, del Tempio della Magna Mater sul Palatino, e da Crypta Balbi.
Segue il catalogo delle forme Hayes in ordine crescente di numero (Form 3B, Form 3C, Form 5B, Form 6A, Form 6B, Form 8A, Form 8B, Form 9A, Form 9B, Form 16, Form 21, Form 23B, Form 34, Form 50A, Form 61A, Form 67, Form 80B, Form 82A, Form 88, Form 90B, Form 91A, Form 91C ecc.; infine le Forme 196 e 197 di cooking ware).

nemi_lucerna_149Nel sintetico capitolo Lamps di Marina Prusac (pagg.331-349) i materiali sono organizzati in ordine cronologico; a corredo una sola tavola di disegni (pag.349), per il resto le lucerne sono ben illustrate da foto alle pagine 611-618.
L’Autore individua 7 Fabric, di cui la Fabric 1 centro-italica, Fabrics 4 e 5 probabili versioni tardo antiche della Fabric 1, Fabrics 3 e 7 importazioni dall’Africa settentrionale.
I tipi più antichi individuati sono tre frammenti di Herzblatt-lamp, di produzione centro-italica, e contemporanei alla fase più antica delle lucerne a testa di uccello (bird’s-head lamps), di quest’ultimo tipo vi sono attestazioni sia di epoca tardo repubblicana/inizi età imperiale (Cat.4-12) che di fine I sec. d.C - primi decenni del II d.C. (70-130 d.C.); vengono, poi, esaminate lucerne a volute (di seconda metà del I sec. d.C.); fat lamps (Loeschcke Type 8), di cui alcune ancora databili alla fine del I sec. a.C., altre, classificate come Bailey Type O, Type P e Type Q.
Seguono il tipo factory lamps (50-225 d.C.), firmalampe (Loeschcke Type 9 o 10, Bailey Type N group), caratterizzato da un profondo serbatoio, da pareti diritte e raccordo col disco a spigolo acuto; il tipo fat-globule o raised-dots, Bailey Type R, Dressel Form 30, Provoost Type 5, Leibundgut Form 35, con spalla ornata da globetti a rilievo (esemplari datati al tardo III – inizi V sec. d.C.); lucerne tardo antiche (Cat.101-112), decorate da grappoli di uva; altri frammenti, invece, sono tipiche imitazioni delle produzioni in sigillata africana; Cat.122 è l’unico frammento di lucerna medievale con decorazione floreale stilizzata sulle spalle.

Da pagina 351 a pagina 375 è il capitolo Glass a firma di Birte Poulsen che, dopo una premessa introduttiva ed un generale inquadramento cronologico, presenta i materiali vitrei suddivisi per tecnica di lavorazione e forma/funzione. I materiali esaminati dalla studiosa si attestano principalmente tra la fine del I sec. a.C. ed il II d.C., ma non mancano frammenti databili più tardi (seconda metà II sec.-III sec. d.C. e nel IV-V sec.).
Il catalogo si apre con il paragrafo Cast Glass che elenca frammenti di vetro a mosaico, in particolare, a strisce, e di coppe monocrome costolate (Isings 3B - Trier 3B - AR 2.2); seguono le forme Mould-Blown Glass, tra cui, ad esempio, un frammento di bottiglia a grappolo d’uva (Isings 91), di seconda metà II-III sec. d.C.; poi, le forme prodotte mediante soffiatura libera, Free-Blown Glass, tra cui varie forme di bicchieri e coppe: drinking vessels, bowl-plate-funnel, flasks and unguentaria, questi ultimi di forma tubolare o candlestick unguentarium; infine, Glass for architecture and furniture.

Sempre a firma di Birte Poulsen il breve (dato l’esiguo numero di reperti) capitolo Late-antique Kitchen Ware, con forme che imitano non solo l’African red slip ware (Hayes Form 91, Hayes Form 99, Hayes Form 109), ma anche la cooking ware (Hayes Form 196 - 197). Una di queste produzioni è stata localizzata vicino a San Quirico nel Lazio meridionale, mentre la cd. Roman red slip ware, presente a Roma dal V sec. d.C., pure attestata con un solo frammento a Nemi (Cat.5), era forse prodotta a Pianabella vicino Ostia. Per i reperti di Nemi si sono osservate 3 Fabrics (1a-1b, 2, 3).

nemi_maiolica_246Nel capitolo Post-Antique Pottery di Leif Erik Vaag (pagg.385-411), come chiaramente affermato nella premessa al catalogo dei reperti, viene presa in considerazione esclusivamente la ceramica invetriata, ad esclusione della ceramica comune, così come essa viene definita dagli studiosi italiani (The group of unglazed pottery will not be treated in this volume) e dei materiali del XIX e XX secolo (Due to lack of time it was decided early on not to examine the groups dated to the 19th and 20th centuries).
Il repertorio formale trova riscontro principalmente nei contesti di Crypta Balbi, ma, precisa l’Autore, The immediate conclusion may be that the Roman workshops provided ceramics for the hinterlands of Rome, but this suggestion cannot be substantiated further in the present investigation and may be completely erroneous.
A tali precisazioni segue il catalogo che contempla materiali di Forum Ware, Sparse Glazed A Ware (con materiali databili all’XI sec. ed assimilabili quanto all’argilla ai materiale dal Tempio di Castore e Polluce in Roma), Ceramica laziale, Maiolica arcaica, Maiolica (con materiali tipici della produzione romana di XVII e XVIII secolo), Tin-Glazed Ware; nell’ambito, invece, della Cooking Ware sono annoverate le classi di Lead-Glazed Cooking Ware, di White on Cooking Ware, di Cooking Ware with Crackled Lead Glaze, nonché Dark Brown Spotted Ware databili al XVIII o più tardi.

La Sezione Metal and Coins contempla due capitoli: Metal Objects di Marina Prusac (pagg.415-423) con introduzione e catalogo dei reperti metallici, suddivisi in reperti di bronzo prevalentemente tardo-antichi o altomedievali (orecchini, anelli digitali, maniglie, serrature, borchie, chiodi ed altro) ed in ferro (chiodi ecc.); Coins, a Bronze Tessera and Medallions di Birte Poulsen (pagg.425-428) con reperti numismatici (dupondius) della seconda metà del II sec.d.C. (ritratto di Antonino Pio e Fortuna con cornucopia; Faustina Maior e Venere; testa laureata di Commodo e Aequitas con bilancia e cornucopia), una probabile tessera bronzea (busto femminile e numero XVII) connessa alle distribuzioni di grano, due medagliette medievali o post- medievali.

Nella Sezione Sculpture, il capitolo Sculpture in marble and other stone di Mette Moltesen (pagg.431-444) prende in esame frammenti marmorei, prevalentemente di marmo bianco delle cave di Carrara (Cat.1, frammento di capigliatura di testa femminile, inizi I sec. a.C.), dell’isola di Taso, od in un caso di marmo pentelico (Cat.2, calotta cranica di statua femminile, I sec. a.C.-I sec. d.C.), resti di statue collocate ad ornamento della villa e sfuggite alle calcare, pure individuate nell’ambito della villa stessa, una nel settore delle terme ed un’altra probabilmente nell’area della trincea EE, dove si rinvenne un’alta concentrazione di frammenti marmorei.
Altri frammenti rinviano a sculture decorative: basi di erme, pinakes marmorei con rappresentazioni su entrambi i lati (I sec. d.C.); l’Autore sottolinea spesso le analogie con i materiali decorativi e statuari dal Santuario di Nemi all’University Museum of Philadelphia.
nemi_intarsio_367-368Non mancano lastre decorative di pietra (ardesia o lavagna) con decorazioni floreali ad intarsio ottenute con inserti marmorei, di vetro o stucco dipinto (Cat.12-14), (paragonabili ai fregi della decorazione parietale: fregi pittorici parietali a fondo nero a Pompei o nella villa della Farnesina), e che trovano confronto con analoghi reperti dalla domus del Gianicolo (segnaliamo ed aggiungiamo qualche ulteriore confronto: ‘elementi di rivestimento in ardesia con decorazioni incise’, di età augustea, dal riempimento di un pozzo della prima taberna sul lato est del foro di Cuma, scavo 2005, oggi esposti al Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia, nonchè da Ercolano).

Nella Sezione Finds related to the Architecture, la studiosa Ria Berg nel capitolo Brick Stamps esamina i laterizi bollati (6 Fabrics), suddividendoli in alcuni ampi orizzonti cronologici, precisando: ‘Naturally, the data concerning their provenances should be read with caution considering the extensive reuse and relocation of material in later construction phases and continuous repair work’. nemi_bollo_437
Un gruppo di 36 bolli viene inquadrato nel periodo tardo repubblicano; questi sono stati rinvenuti, anche riutilizzati, nell’area centrale della villa; tra questi un gruppo di tre è costituito da esempi del CIL XV 145 attribuiti a C. Cosconius che operò nelle figlinae Curtianae, mentre un cospicuo gruppo è riferibile ad Atius (con caduceus e ramo di palma), bollo diffuso nell’area dei colli albani, e da Steinby messo in relazione con M. Atius Balbus, personaggio legato a Cesare ed Augusto.
Tra la fine del I sec. a.C. ed il I d.C. sono due esempi di CIL XV 965 ed uno di S.262 con il nome di Metra(s), uno schiavo che lavora per M.Curtius nelle figlinae Curtianae, altri bolli frammentari sono riconducibili alle figlinae Naeviane e alle figlinae Marcianae. Riferibili agli inizi del I sec. d.C. sono dei bolli che presentano il nome L. Postumius al genitivo (varianti a-c del CIL XV 1338).
Seguono i bolli di età flavia (CIL XV 633b; CIL XV 1093 ecc.) e del II sec. d.C. (esempi di bolli CIL XV 903, CIL XV 1040 e CIL XV 549; nonchè laterizi prodotti da Peducaeus Lupulus nelle figlinae Rhodianae; laterizio bollato da Fortunatus nelle figlinae Macedonianae ecc.).

A firma di Kristine Bøggild Johannsen il capitolo Architectural Terracottas. Basata su osservazioni macroscopiche è la individuazione di 5 Fabrics; le antefisse a palmetta sono caratterizzate da ‘double meander band and winged Victoria bust’, oppure da ‘Oceanus bust flanked by dolphins’, ‘small gorgoneion’ ecc. (databili tra la seconda metà del I sec. a.C. e la prima metà del I sec. d.C.); le Lastre Campana, inquadrabili nell’ambito di 2 periodi (ultimo decennio I sec. a.C.-primo decennio I sec. d.C.; metà-seconda metà I sec. d.C.) sulla sola base dei dati stilistici e di confronto, presentano una pluralità di temi (Cupids with fruit garlands, bacchanalian sacrifice, Daedalus and Pasiphae, Nile landscape, ecc.); seguono lastre di rivestimento, gocciolatoi, tegulae hamatae.

Nella Sezione Miscellanea, il capitolo Miscellanea di Mette Moltesen presenta alcuni reperti di varia cronologia e tipologia, tra cui (Fig.513) una piccola terracotta di cui si conserva solo parte della testa femminile: ‘The type is hellenistic but so indistinct that it is hard to date’.

Infine la Sezione Late-antique Tombs, comprende i seguenti capitoli: Late-antique Burials in the Villa Area (relativa allo scavo di alcune delle tombe di V-VII sec. d.C. che sfruttano le strutture della villa e ne riutilizzano i materiali) di Pia Guldager Bilde e The Human Skeletons (in cui si analizzano i resti scheletrici rinvenuti nelle tombe relativamente al sesso, all’età, alla statura, alle patologie) di Eva Wahlberg Sandberg.

Nella Sezione Other Organic Materials è il capitolo Invertebrate Remains di Ezequiel M. Pinto-Guillaume

Seguono l’Appendix (pagg.537-594) e le fotografie ‘Figures’.

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