Images in Terracotta. Ancient Terracotta Figurines in the Sadberk Hanim Museum Collection

Book Review:
Title: ‘Images in Terracotta. Ancient Terracotta Figurines in the Sadberk Hanim Museum Collection’/‘Kilden Suretler. Sadberk Hanim Muzesi Koleksiyonundan Antik Cag Terrakotta Figurinleri’
Authors: Sedef Çokay Kepçe, Senem Özden Gerçeker
Publisher: Sadberk Hanim Museum Publications

Reviewed by Antonella D'Ascoli in March 2012

Si ringrazia Mrs.Hulya Bilgi (the Director of Sadberk Hanım Museum - Istanbul) per aver concesso una copia del Catalogo della Mostra per la recensione.

it copertinaIl volume, dalla veste editoriale impeccabile, oggetto di questa recensione è il Catalogo della mostra ‘Images in Terracotta. Ancient Terracotta Figurines in the Sadberk Hanim Museum Collection’ (18 November 2011 - 15 April 2012), in corso presso il ‘Sadberk Hanım Museum’ di Istanbul.
Oggetto della mostra, le terrecotte figurate di epoca greca e romana, in origine parte della Hüseyin Kocabaş collection, acquistate nel 1983, per il Museo, dalla Vehbi Koç Foundation, ed oggi parte integrante della collezione del ‘Vehbi Koç Foundation Sadberk Hanım Museum’.
La mostra espone182 terrecotte delle 504 complessive possedute dal Museo (465 provenienti dalla Hüseyin Kocabaş collection, mentre altre 39 pervenute attraverso donazioni o acquisti), di cui 128 sono presentate in catalogo.
Il Catalogo, curato dagli editors Sedef Çokay Kepçe (Associate Professor) e da Senem Özden Gerçeker, archeologo curatore del Museo (Archaeologist-Curator of Sadberk Hanım Museum), è corredato da immagini di grande qualità, e, dettaglio non trascurabile, è bilingue (turco-inglese) in ogni sua parte; dato quest’ultimo che attribuisce un elevato valore aggiunto ai contenuti scientifici dell’opera (pensiamo con grande rammarico a tutte quelle pubblicazioni scientifiche di archeologia che hanno una diffusione limitata al solo territorio nazionale, poiché veicolate da lingue poco diffuse, ed al conseguente, ingente, danno alla circolazione della conoscenza che ciò comporta!).
Quindi già solo per questo aspetto il Catalogo, oggetto di questa recensione, ha un elevato, intrinseco, valore culturale.
A pag.11, dopo una Prefazione (Önsöz/Foreword) di Ömer M. Koç, in cui si sottolinea l’importanza dei reperti per la conoscenza delle civiltà nell’ambito egeo, e si ringraziano i fautori di questa iniziativa, ed in particolare il Director of Sadberk Hanım Museum, Hulya Bilgi, nonché il coordinatore del progetto, Bahattin Öztuncay, inizia, a firma del Prof. Sedef Çokay Kepçe, una breve sintesi ‘Antik çaǧ terracotta figürinleri/Ancient terracotta figurines’.
Qui si affrontano gli aspetti funzionali, tipologici e produttivi delle terrecotte figurate, nonché storici: Figürinlerin kullanim amaci/Functions of the figurines; Terrakotta Figürinlerin yapimi/Terracotta figurine manufacture; Giysi ve başliklar/Garments and headdresses; Saç modelleri/Hair styles; infine, Tarihsel süreç/Historical perspective, con la relativa suddivisione temporale: Arkaik Dönem (MÖ 8.-6. yüzyil)/Archaic Period (8th-6th century BC); Klasik Dönem (MÖ 6.-4. yüzyil ortasi)/Classical Period (6th-mid-4th century BC); Hellenistik Dönem (MÖ 4.yüzyil ortasi-1. yüzyil)/Hellenistic Period (mid-4th century-1st century BC); Roma Dönemi (MÖ 1.-MS 5. yüzyil)/Roman Period (1st century BC – 5th century AD).
A pag.54 ha inizio il Katalog/Catalogo.
La mostra, come scrive l’Autore, contempla terrecotte figurate, maschere, contenitori antropomorfi dal VII a.C. al IV secolo d.C., oggetti offerti come ex-voto nei santuari, dediche dei fedeli alla divinità; deposti nelle tombe per accompagnare il defunto o dedica alle divinità dell’oltretomba; utilizzati come elementi plastici decorativi su vasellame ceramico, o in forme antropomorfe e zoomorfe. L’Autore, rievocando un passo di Plinio, ricorda l’artista Pasiteles e l’importanza che questi dette al modello plasmato nell’argilla, propedeutico alla realizzazione di sculture monumentali. ‘Children have played with toys from very early times and the oldest examples of terracotta toys in the Aegean region date from the 10th century BC’, statuine femminili nude (hierodoulos) con arti snodabili, applicati a parte, possono aver avuto, scrive l’Autore, la funzione di giocattoli.
Segue un cenno alle fasi preliminari di preparazione e sgrassatura dell’argilla, una sintesi sulle tecniche di produzione delle terrecotte prima semplicemente modellate a mano, o lavorate al tornio e con elementi, quali braccia, gambe e teste plasmate a mano, poi, dal VII secolo realizzate prevalentemente a matrice, utilizzando una sola matrice, nel periodo arcaico, quella anteriore, mentre la parte posteriore era piatta o plasmata a mano; in seguito l’uso delle matrici raddoppia fino a moltiplicarsi in epoca ellenistica (alla Fig.7, pag.17 è la matrice di una cd. maschera grottesca ed il relativo positivo, moderno, ottenuto da essa; queste illustrano bene la tecnica).
Un cenno alle tecniche di cottura (le statuine, modellate a matrice, vengono dotate di un foro sfiatatoio per evitare fratture in fase di cottura), alle atmosfere di cottura, ossidante e riducente, alle fasi della cottura, all’applicazione dei colori (‘These colours were applied over white slip following firing. The white slip both increased the durability of the pigments and enabled a range of different tones to be created’), alle policromie dell’epoca ellenistica ed ai diversi esiti cromatici in relazione alle temperature ed alle atmosfere di cottura.
Uno sguardo, poi, alle tipologie delle vesti e delle acconciature: la khlamys, corta tunica fermata solo su una spalla, tipica di Hermes, ‘was generally worn by hunters, travellers and soldiers’; il khiton, indumento maschile in età omerica, e poi in uso da parte delle donne in età classica, di stoffa molto sottile, di lino, con pieghe, fermato sulle spalle da bottoni; il peplos, di stoffa più pesante, tenuto da fibule sulle spalle, tipico delle donne nel mondo greco, ma, talvolta, abbigliamento maschile presso i Persiani. L’himation, mantello di lana pesante, abbigliamento talvolta maschile, prevalentemente femminile, dalle donne indossato sul khiton (Figg.39, che è anche l’immagine di copertina, e 47), un lembo del quale poteva essere utilizzato anche come copricapo (Fig.36).
Il kekryphalos, un fazzoletto che, nelle tanagrine di età ellenistica, annodato sul capo, lasciando scoperta la fronte, tratteneva i capelli; il sakkos (Fig.43: dal sakkos fuoriesce, alla sommità del capo, un ciuffo di capelli) e la sphendone. Le terrecotte arcaiche che rappresentano la divinità sono, invece, caratterizzate dal polos; il petasos era il berretto di Hermes; le tanagrine spesso sono dotate di un copricapo femminile a punta (tholia), usato come parasole; altri ornamenti erano il diadema, la stephane, lo strophion, quest’ultimo di diverso spessore, talvolta ornato di fiori, frutti, foglie, e bende.
Anche tra le acconciature dei capelli c’era una certa varietà (‘knidian coiffure; ‘melon coiffure’; o ‘snail-shell curls over the forehead, a hairstyle known as tettix’, tipica delle produzioni di Myrina dal III sec.a.C. in poi).
L’Autore passa, poi, a delineare sinteticamente le fasi storiche e le relative produzioni di coroplastica, facendo precedere questa scansione da cenni sulle tipologie produttive delle civiltà minoica e micenea, della ‘Dark Age’ (XII-IX sec.a.C.), del periodo Geometrico (900-700 a.C.), con le tipiche statuine con corpo campaniforme dalla Beozia, periodo quest’ultimo di cruciale importanza per l’evoluzione del mondo egeo ed anatolico (ascesa del potere assiro, inizio del processo della colonizzazione fenicia, adozione dell’alfabeto fenicio da parte dei Greci, formazione della polis).
Il periodo arcaico (VIII-VI sec. a.C.), scrive l’Autore, nella cui fase orientalizzante si afferma lo stile dedalico anche nella produzione coroplastica, vede una produzione di terrecotte ancora plasmate a mano, cui si affianca il tipo della figurina femminile stante prodotto a matrice, mentre, probabilmente a Cipro, un altro tipo presenta il corpo plasmato a mano cui è associata la testa (dedalica) a matrice.
Dal VI sec. a.C. si distinguono stili locali nella Grecia continentale, nell’Anatolia occidentale nonchè nella Grecia dell’est. Rodi anticipa la produzione di balsamari antropomorfi e zoomorfi. La serie di terrecotte femminili sedute (anche con polos) in trono e con le mani adagiate sulle ginocchia, trova riscontro nella scultura monumentale di offerenti, sacerdotesse o divinità. Ma la cultura anatolica non rimase estranea alle sollecitazioni culturali della Frigia e della Lidia: il catalogo propone alle Figg.25-28, pagg.37-38, esempi di terrecotte figurate ed architettoniche, tra cui una lastra con meandro e tre pernici incedenti verso destra, nonché un modellino di tempio o casa, offerta votiva, di produzione lidia.
L’Autore, per il periodo classico (metà VI sec. a.C.- IV a.C.) che, dal punto di vista storico, vede l’affermazione in Anatolia della dominazione persiana su quella lidia, le guerre greco-persiane, la guerra peloponnesiaca, nonché il fenomeno della colonizzazione, con la conseguente diaspora di artisti ed artigiani greci, per quanto riguarda la coroplastica, segnala la produzione di protomi femminili, che appaiono in Attica sin dalla metà del VII sec. a.C., e che, negli esemplari di epoca classica, rappresentano la figura femminile (divinità od offerenti) nell’atto di reggere i propri seni con le mani, o degli oggetti (un frutto, un uovo, un uccello); le figure stanti, femminili o maschili; hydrophoroi, a partire dal IV sec. a.C.; le figure maschili con phiale, nell’atto di compiere una libagione; terrecotte in forma di erme che, deposte nelle tombe, alludevano alla funzione di Hermes ‘who accompanied the dead to the underworld’.
Il periodo ellenistico (metà IV sec. a.C.-I a.C.) segna una svolta storica non solo a causa delle strategie espansionistiche di Filippo II di Macedonia, prima, e poi, di suo figlio Alessandro, finalizzate al superamento del concetto di polis ed alla creazione di un grande impero, ma anche, sul piano socio-economico, per quanto riguarda la interazione a vasto raggio di comunità di uomini, di idee, di etnie, di produzioni. Ed è in questo clima che si moltiplicano i centri di produzione di terrecotte e si assiste ad una omologazione ed ampia diffusione delle tipologie nell’ambito egeo e del bacino del Mediterraneo. Una ricca e tipica produzione si sviluppa a Tanagra, in Beozia, e dal 200 a.C. a Myrina, in Anatolia, dove firmano le loro opere di coroplastica, Diphilos e Menophilos, nonché a Priene, Smyrna, Tarsus in Anatolia, Cyrene in Libya, Alessandria in Egitto ed in molte città dell’Italia meridionale.
In Roman period (1st century BC-5th century AD: dal 30 a.C fino alla caduta dell’Impero romano d’Oriente nel 395 d.C.), per quanto riguarda la produzione coroplastica, l’Autore, sottolinea due aspetti caratteristici, l’uno tecnico, l’altro figurativo; dal punto di vista tecnico, si ritorna a preferire l’uso della singola matrice, come nel periodo pre-ellenistico, sul piano tipologico, invece, si rivitalizzano iconografie più antiche, un esempio a pag.154, Fig.77 che rappresenta Demetra, divinità dell’oltretomba, o una sua sacerdotessa nell’atto del saluto con il palmo della mano destra rivolto verso l’esterno. Le terrecotte che rappresentano divinità spesso riproducono celebri statue di culto o anche rappresentazioni pittoriche del periodo classico o ellenistico (Eracle, Fig.67 del Catalogo; la divinità egiziana, Arpocrate, Fig.103; la Fig.34 riproduce, invece, un sonaglio di terracotta in forma di culla con bambino ‘associated with cult of Dionysos’; Afrodite, la divinità più rappresentata, sia nell’atteggiamento pudico della Cnidia, che in quello della Anadiomene nell’atto di strizzarsi i capelli: Figg.75, 114, 122; Eros, nudo e disteso sul dorso di un galletto, o stante con accanto un’oca). Anche scene di vita quotidiana sono riprodotte, come ad esempio, donne sedute che allattano, o intente al lavoro al telaio, gladiatori con la loro armatura, cavalieri, ‘and children learning to read’ (Fig.37 pag.49), nonché ‘puppets’ con arti snodabili, giocattoli o offerte votive dedicate alle divinità una volta terminato il tempo dell’infanzia (l’Autore cita la fonte: Antologia Palatina, VI, 280).
Segue il Catalogo delle terrecotte in mostra, in ordine cronologico.

Tra le tante terrecotte figurate si desidera richiamare l’attenzione su alcune di esse.

it_119_jiiaIn particolare, la lastra, che rappresenta una figura femminile anguiforme con fiaccola (Fig.119, pag.204), datata al II-III sec.d.C.. L’Autore della scheda con profondo acume letterario, opportunamente, rievoca Esiodo: ‘This relief composition is reminiscent of Echidna, who Esiod regarded as a symbol of unnatural phenomena and various diseases’; tuttavia, riteniamo che tale iconografia possa anche leggersi come Isis Thermoutis/Hermutis, interpretatio graeca della dea-cobra Renenutet, divinità egizia protettrice dei granai e della navigazione, nonché cobra regale (già venerata in epoca faraonica nel Fayum), la cui assimilazione/sostituzione (tra Iside e Renenutet) avviene alla fine del I sec. a.C.. (Bibl.: Deschênes, G., Isis Thermouthis: à propos d'une statuette dans la collection du Professeur M.J. Vermaseren, Planches XLVII-LIII, in Hommages à Maarten J. Vermaseren, vol.I, Leiden, E.J. Brill 1978 ).



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La terracotta Fig.77 (pag.154), indicata come Demetra o come una sacerdotessa, rappresentata nel gesto del commiato, con la mano destra alzata e col palmo rivolto verso chi guarda (e qui l’Autore cita, in bibliografia, Burr-Thompson 1963, pp.96-97, no.74) ci ricorda anche, ricontestualizzandola nell’ambito del grande crogiuolo interculturale e multietnico del bacino del Mediterraneo, quei tomb markers di periodo punico (IV-II sec. a.C.) con analoga gestualità funeraria, sebbene in forma di stele (Carole Mendleson, Catalogue of Punic Stelae in The British Museum, The British Museum Occasional Papers, no.98, 2003, pagg.7, 19-20).






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Ancora, la Fig.32 del Catalogo, indicata come protome di sacerdotessa o divinità, potrebbe più specificamente leggersi come una particolare rappresentazione iconografica di una sincretistica ‘oriental Aphrodite’, vestita, caratterizzata da bulla con busto a rilievo e nastro annodato sotto i seni, nonché complesso diadema sul capo, e ornamenti serpentiformi alle braccia (per analogia: Caitlín E. Barrett, Egyptianizing Figurines from Delos. A Study in Hellenistic Religion, Columbia Studies in The Classical Tradition, Brill 2011, pagg.161 e segg., figg.A423, 62-0-7, Fig.D7.A3306).





In conclusione, nell’ambito di tali collezioni, i cui elementi sono di provenienza ignota e sicuramente eterogenea, e là ove le informazioni di contesto sono irrimediabilmente perdute, può aprirsi un ventaglio alternativo di possibilità interpretative.

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